Enrico Ditto riapre il dibattito su fiscalità, imprese e futuro del Mezzogiorno
La zona franca al Sud torna a essere uno dei nodi più delicati e decisivi del confronto sul futuro economico del Mezzogiorno. A riaccendere il dibattito è Enrico Ditto, imprenditore napoletano che da tempo interviene sui temi dello sviluppo urbano, della competitività territoriale e della sostenibilità del sistema economico locale. Il suo intervento è chiaro: il Sud non può continuare a essere evocato come grande risorsa potenziale se poi resta ogni giorno schiacciato da condizioni oggettivamente più difficili rispetto al resto del Paese. In questa lettura, il problema non è il merito, non è la capacità, non è nemmeno la volontà di fare impresa. Il vero nodo è la mancanza di un contesto in grado di sostenere davvero chi investe, assume e prova a costruire valore sul territorio. La fiscalità speciale, quindi, non viene raccontata come privilegio, ma come leva di riequilibrio. Ditto sottolinea che parlare di rilancio del Sud senza intervenire su tasse, burocrazia e costo d’impresa significa alimentare un racconto ormai stanco, incapace di trasformarsi in politiche efficaci. Il punto centrale della sua analisi è che il Mezzogiorno continua a essere chiamato alla competitività senza avere però le stesse condizioni di partenza di altri territori. Ecco perché la zona franca, nella sua visione, dovrebbe rappresentare un cambio di paradigma: non una promessa simbolica, ma uno strumento operativo per rendere il Sud finalmente competitivo. Una misura capace di incidere sulla realtà quotidiana delle imprese, sulla tenuta occupazionale e sulla possibilità concreta di restare e crescere in territori che da troppo tempo chiedono normalità e non eccezioni.
Fiscalità speciale e fiducia: la vera sfida del Sud
La riflessione di Ditto sulla zona franca al Sud va oltre la dimensione fiscale e tocca un tema più profondo: la fiducia. Quando un territorio perde imprenditori, giovani, professionalità e investimenti, non perde soltanto numeri o Pil, ma anche la percezione di avere un futuro possibile. È su questo punto che il suo intervento assume un significato più ampio, perché mette in relazione economia, permanenza e qualità del contesto. Se chi ha competenze sceglie sistematicamente di andarsene, significa che il sistema non sta offrendo abbastanza. E questo vale anche per Napoli, città oggi più visibile, più attrattiva e più raccontata, ma ancora lontana dal diventare davvero un luogo semplice in cui fare impresa. Ditto mette in guardia proprio da questo rischio: confondere il racconto con lo sviluppo. Una città può essere alla moda, cercata, perfino celebrata, ma se il tessuto economico resta fragile e il margine per investire continua a essere compresso, la crescita resta superficiale. Da qui la necessità di una misura strutturale e non temporanea, costruita su criteri rigorosi e orientata a premiare chi genera valore reale. La zona franca, per essere credibile, dovrebbe infatti sostenere chi assume in modo stabile, chi investe in innovazione, chi crea filiera e chi sceglie di non usare il territorio solo in chiave opportunistica. La richiesta che emerge è dunque molto precisa: il Sud non ha bisogno di retorica, ma di un quadro economico capace di restituirgli forza, continuità e potenza competitiva.




