Il Rapporto ministeriale 2026 fotografa una realtà che chi lavora nel settore conosce bene: percentuali di presa in carico ancora troppo basse e una diffusa tendenza all’autogestione del disagio psichico
C’è un dato che colpisce nel Rapporto sulla Salute Mentale 2026 del Ministero della Salute: le percentuali di presa in carico restano scoraggianti. Non si tratta di un’anomalia improvvisa, ma del riflesso di una cultura che fatica a riconoscere il disagio psichico con la stessa urgenza con cui risponde a una crisi fisica. Ne parla Vincenzo Barretta, psichiatra, psicoterapeuta e Direttore Scientifico del Centro Noesis di Napoli, che da anni lavora sul territorio con pazienti affetti anche da dipendenze patologiche.
Quando la consapevolezza non basta
Il paradosso italiano sulla salute mentale è ben documentato. Da un lato, due ricerche Ipsos – pubblicate nel 2024 e nel 2025 – mostrano che gli italiani collocano il benessere mentale al secondo posto tra le proprie preoccupazioni. Dall’altro, una quota rilevante della stessa popolazione dichiara di ritenere di poter gestire autonomamente i propri disturbi, senza ricorrere a professionisti.
«La consapevolezza dell’importanza della salute psichica è cresciuta – riconosce Barretta – ma siamo ancora lontani da un livello sufficiente per invertire la rotta». E il problema si è aggravato con la diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale, che alimentano la tendenza all’autodiagnosi con una portata inedita.
Il rischio dell’autogestione nell’era dell’AI
Quello che sembrava un fenomeno in regressione è tornato prepotentemente al centro dell’attenzione. Le persone cercano risposte online, si confrontano con chatbot, costruiscono percorsi fai-da-te senza alcuna guida clinica. Per Barretta si tratta di «un fenomeno che con la diffusione su larga scala di strumenti di AI desta di nuovo enorme preoccupazione».
La differenza rispetto ad altri ambiti medici è evidente. Se qualcuno avverte un dolore al petto, il meccanismo di risposta è immediato e condiviso: si chiama il 118, si va al pronto soccorso. Per la salute mentale non esiste un equivalente culturale. Non c’è la percezione dell’urgenza psichiatrica. Non c’è la conoscenza dei segnali che non si possono ignorare. E così il disagio si accumula, si cronizza, e quando finalmente si chiede aiuto spesso è troppo tardi per un intervento tempestivo.
Tre priorità per cambiare rotta
Il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 e le risorse stanziate dalla legge di Bilancio – 80 milioni nel 2026, fino a 90 nel 2028 – sono segnali positivi. Ma Barretta mette in guardia: «Rischiano di restare lettera morta se non vengono investite anche nella formazione e nella comunicazione pubblica, e non solo nell’offerta di servizi».
Le priorità sono tre. Sul piano istituzionale, le risorse devono finanziare anche informazione e formazione, non solo strutture. Sul piano scolastico e comunitario, l’educazione al benessere emotivo deve raggiungere scuole, luoghi di lavoro, comunità locali: «La salute mentale non può essere un argomento che si affronta solo quando il disagio è già conclamato». Sul piano della conoscenza dei percorsi d’aiuto, serve costruire una vera e propria mappa dell’intervento psichiatrico accessibile a tutti: «Bisogna sapere che esiste un pronto soccorso psichiatrico, che esistono i Centri di Salute Mentale, che ci sono soglie oltre le quali non si aspetta l’appuntamento tra tre mesi».
La famiglia come primo osservatorio
Chi vive accanto a una persona in difficoltà è spesso il primo a cogliere i cambiamenti: nel sonno, nel comportamento, nella socialità. Ma senza strumenti di lettura, quella capacità osservativa si traduce in confusione, minimizzazione o allarme ingestibile. «I familiari sono spesso i primi a osservare i segnali – sottolinea Barretta – ma senza strumenti adeguati tendono a minimizzare o ad allarmarsi in modo confuso e senza sapere a chi rivolgersi».
Costruire quella mappa, diffondere quella conoscenza, rendere riconoscibili i campanelli d’allarme: è da qui che passa il cambiamento reale.




