
Ci sono libri che ci conquistano ed elevano. La conoscenza proibita è uno di questi. Lo scrittore Saverio Ferrara, con Graus Edizioni, ci consegna un romanzo che ha il respiro di un’iniziazione e il battito di una storia d’amore, e lo fa senza mai indottrinare, senza mai chiudere porte. Il mistero tra le sue pagine non è un enigma da risolvere, ma lo spazio in cui finalmente siamo vivi. Simone, il protagonista del racconto, arriva da solo, con le sue carte, i suoi studi, la sua fame di capire, ad una conoscenza profonda. Ginevra irrompe senza chiedere permesso nella sua vita e lo costringe a spostare il baricentro. Il loro incontro non è casuale: è destino che si traveste da caso. Pagina dopo pagina li guardi camminare su un filo teso tra ragione e vertigine, tra neuroscienza e anima, e capisci che Ferrara non vuole darti risposte. Vuole restituirti le domande giuste, quelle che bruciano.
Iniziazione senza dogmi
Ferrara ha il coraggio raro di liberare la spiritualità dalle gabbie. Niente rituali da recitare, niente dogmi da difendere. La conoscenza diventa proibita solo per chi ha paura di aprirsi. Per Simone e Ginevra è pane, è sete, è il rischio necessario di chi sceglie di guardare oltre il velo. La loro iniziazione è laica, carnale, cerebrale: un viaggio che parte dalla corteccia prefrontale e arriva dritto al cuore senza scali.
Amore come forma di conoscenza
L’amore tra Simone e Ginevra non fa da sfondo: è metodo di ricerca. I protagonisti si amano come si esplora un territorio inesplorato, con mappa e senza garanzie. Ogni dialogo è una soglia, ogni silenzio è un laboratorio. Ferrara racconta la loro intimità con pudore e precisione, senza mai cadere nel sentimentale. Perché quando l’amore diventa conoscenza, il corpo è il primo libro sacro e lo sguardo dell’altro è la prima verità che non puoi barare.
Un romanzo che resta addosso
Frutto di anni di studio e di vita vissuta, La conoscenza proibita tiene insieme tensione narrativa e profondità filosofica senza che una soffochi l’altra. È un testo che ti interroga mentre ti commuove, che ti spiega il cervello mentre ti apre il petto. Lo chiudi e per un po’ continui a camminare con Simone e Ginevra dentro, come se ti avessero prestato un pezzo del loro viaggio. Il libro parla a chi sente che la spiritualità non è fuga dal mondo, ma il modo più radicale di abitarlo. Per chi cerca storie d’amore che non consolano, ma svegliano. La conoscenza proibita non ti dà una fede. Ti restituisce la fame. E in un’epoca di risposte preconfezionate, è il dono più sovversivo che ognuno può farsi leggendo un libro.

L’ INTERVISTA
La conoscenza proibita è il secondo romanzo di Saverio Ferrara, di giorno imprenditore razionale, di sera scrittore visionario che apre la porta al sogno e alle infinite possibilità di narrazione tra ricerca e curiosità. Ferrara scrive come l’argonauta che arriva in nuovi mondi e si eleva, diventando sacerdote della pratica conoscenza che forma e conquista. Dopo “Un esoterico amore”, suo romanzo d’esordio, l’autore spalanca le porte della scrittura ad una narrazione multisfaccettata e profonda, come ci racconta in questa intervista.
– Saverio, perché la conoscenza di cui parla nel libro è proibita? C’è qualcosa che ha a che fare con la sottrazione al potere o del potere della conoscenza stessa?
Perché la conoscenza non sempre riesce ad arrivare a tutti, non è per tutti. E addirittura, nelle mani sbagliate, potrebbe essere nefasta. Lo dimostra lo stesso racconto del libro e del personaggio, Simone, che praticamente incarna me stesso. Anche lui è uno scrittore. E poi lo dimostra il finale, che è un finale col botto, non crede?
– Lei cita il terzo occhio e parla di coscienza in questo romanzo. In quale momento si è reso conto che la coscienza stava diventando urgenza nella sua vita?
Non l’ho capito con la scrittura. E’ sempre stata parte di me l’importanza della coscienza. Poi ho trasferito questa consapevolezza in romanzi. Prima de La conoscenza proibita ho scritto un altro libro intitolato Un esoterico amore, che ha avuto abbastanza successo. Anche lì il tema era molto spirituale, parlava di un prete. Questa esigenza nasce fin da piccolo, età che mi ha portato poi a scoprire qualcosa che dovrebbe esserci in tutti e che le antiche religioni definiscono il terzo occhio, mentre la scienza definisce ghiandola pineale. Per questo ho scelto di parlarne nel libro, in cui mi sono ispirato ad alcuni neuroscienziati e ricercatori come Dumitru Costantin e poi all’esperto della meditazione John Spencer.
– Rifacendoci dunque al sapere velato, protagonista della sua scrittura, Ermetismo e Gnosticismo come rientrano nella sua ricerca?
Il misticismo rientra nella mia ricerca perché un uomo mistico si può definire tale quando ha vissuto esperienze sulla propria pelle. Io le ho vissute da bambino e non le nascondo che quando Simone, il protagonista, va in terapia dalla psicologa nella narrativa, parlo di me stesso che sono andato in terapia e ho confessato tutte le esperienze mistiche che ho vissuto. Ecco perché poi le ho inserite nella scrittura.
– Nel libro si parla anche di sogni che svelano e collegano più dimensioni. Crede che il sogno possa essere più manipolatore o sia esso stesso manipolato dalla nostra percezione d’inconscio?
La manipolazione avviene quando non si ha il giusto equilibrio tra la razionalità e l’empatia. Addirittura, quando poi non le equilibri, non puoi arrivare a quella famosa intelligenza spirituale che ho menzionato nel romanzo. Perché senza equilibrio non si va da nessuna parte; senza la razionalità, quindi senza una conoscenza delle cose, non puoi entrare nell’intelligenza emotiva e senza l’intelligenza emotiva non puoi entrare in quella spirituale. È un cerchio che si chiude con un triangolo disegnato anche in copertina. A destra e a sinistra di esso c’è l’intelligenza emotiva e l’intelligenza razionale e all’apice c’è quella spirituale che però scientificamente non è stata ancora dimostrata.
– Nel libro parla di una ricerca condotta in Svizzera. Che legami ha con questo Paese dal momento che ha dato il nome della città di Ginevra alla protagonista femminile del romanzo?
Sono coincidenze che mi capitano quando scrivo, e solo dopo mi accorgo della loro esistenza. Anche in questo caso non l’ho fatto di proposito. Il nome Ginevra per me è un nome biblico e per questo l’ho scelto. La Svizzera invece è menzionata in quanto lì esiste un nucleo di ricerche importante sulla neuroscienza. Forse un giorno si scoprirà perchè ho scelto la Svizzera, ma oggi non lo so dire.

– L’incontro tra Simone e Ginevra, i protagonisti, parla di una corrispondenza di anime che ritorna nel tempo. Quali incontri le hanno permesso di fare questi personaggi nelle sue riconnessioni spirituali?
I personaggi di cui parlo si esprimono con alcuni dialoghi tratti dalla mia vita lavorativa, personale e sentimentale. Altri derivano dai miei sogni, dalle mie immaginazioni. Quando scrivo, è come se vedessi in quel momento delle presenze che mi dettano le cose. Le immagini mi scorrono davanti agli occhi. Un giornalista mi ha definito un po’ pirandelliano per questo. Le forme artistiche derivano dai sogni ad occhi aperti di chi li esegue.
– Riattivare la profondità della propria interiorità detta una nuova grammatica del cuore e dello spirito. Come si impara a leggerla senza proiettare solo l’io?
Penso si faccia con lo stesso equilibrio di cui le ho parlato prima. Credo che la scienza e la spiritualità non possano essere scisse. Devono convivere e condividere il loro pensiero, come credeva il grande professore Zichichi.
– Nel libro menziona l’ordine della luce, strutturato secondo una gerarchia. Se lei dovesse spiegare la doppia natura della luce, che è gerarchia e fisica nella sua vita, come la spiegherebbe nell’economia dei suoi personaggi?
Per me la luce rappresenta la forza divina, la scintilla di Dio che trovi in ogni essere umano e che scientificamente a mio avviso si conglomera nella ghiandola pineale, chiamata terzo occhio. Parto dal principio che ogni essere umano nasce per formarsi ed elevarsi, per arrivare poi un giorno alla luce. Tutti i miei studi, le mie esperienze di vita, portano a credere che devo perseguire la luce e non le tenebre. Questa mia ambizione la trasferisco anche nei personaggi che prendono vita nel libro.

– Vita e morte come si incontrano nel limen dell’esperienza narrata nel suo romanzo?
Ho scritto quella piccola parte tra vita e morte perchè tra l’una e l’altra passa un attimo ed è quella soglia, che noi soltanto superandola, possiamo arrivare a conoscere. Ecco perchè Ilary, nel libro prova un esperimento su se stessa e poi si suiciderà. Penso che un narratore debba avere fame di passare alla pagina successiva, e l’inserimento naturale di questo limen nel racconto, ne è la dimostrazione.
– Quale numero la rappresenta e come si contestualizza tra sacro e profano nei suoi libri?
Il 33. Guardi, nel primo libro che ho scritto il personaggio era un prete diviso tra sacro e profano, tra razionalità ed empatia. Fa parte della mia genetica questa contestualizzazione.
– Saverio, la conoscenza proibita rende più liberi o più responsabili?
Entrambi. Rende più liberi perchè ti porta ad aprire la mente. Più responsabili perchè ti spinge a capire che le mente la puoi aprire soltanto quando studi, cresci ed impari. E non si studia gratis. Si studia con i sacrifici della vita stessa, affrontando le varie problematiche. I risultati che dovranno arrivare sono quelli della conoscenza; un po’ perchè studi, un po’ perchè apri la mente a vedere. L’invisibile è visibile solo per chi ci crede. Lo ripeto sempre.
– Nella narrazione si parla tanto di amore. Possiamo asserire che non si accede all’ordine della luce da soli?
Quando si è predisposti alla luce, essa ti troverà, anche se sei nel buio. Se credi che possa venire la luce, prima o poi uno spiraglio arriverà dalla strada e ti farà elevare. E questa luce è sempre l’amore.
– Qual è il suo monito di vita e il suo monito sapienziale?
Per me la sapienza non ha limite. Per questo siamo umili ignoranti, perchè sempre aperti alla conoscenza.




