C’è qualcosa di profondamente umano nel gesto di sedersi attorno a un tavolo, distribuire carte o pedine, e iniziare a giocare insieme. Un gesto apparentemente semplice, che nasconde però una complessità relazionale capace di fare la differenza per molte persone. A confermarlo è ora la scienza: uno studio dell’Università di Plymouth, condotto da Liam Cross e Gray Atherton della School of Psychology su oltre 1.600 giocatori, ha dimostrato che i giochi da tavolo offrono uno spazio sociale strutturato in grado di ridurre l’ansia legata all’interazione e di favorire la costruzione di legami. L’attenzione si è concentrata in modo particolare sulle persone con autismo, per le quali il gioco si rivela uno strumento di socializzazione accessibile e significativo.
Quando le regole diventano una risorsa
Per chi vive con difficoltà relazionali, l’interazione spontanea può essere fonte di stress e incertezza. Il gioco da tavolo trasforma questa dinamica, perché introduce un sistema di regole condivise che rende l’incontro con l’altro più prevedibile e meno carico di pressione. Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis, descrive con chiarezza questo meccanismo: «Chi fatica nei contesti sociali tradizionali trova in quel tavolo uno spazio prevedibile, dove può esercitare la propria capacità di stare con gli altri senza sentirsi esposto. È uno strumento che la clinica può valorizzare, perché agisce sul legame e sulla fiducia». I benefici non si limitano alle persone con autismo. Barretta individua una platea molto più ampia: le persone anziane, gli adolescenti in difficoltà relazionale, chi vive forme di fragilità psichica, chi attraversa percorsi di cura o di reinserimento sociale. Per tutti loro, sedersi a un tavolo e rispettare i turni di gioco significa esercitare competenze relazionali in un contesto protetto, privo della pressione del giudizio e dell’imprevedibilità del quotidiano.
Una cultura del gioco ancora da costruire
Dal mondo della produzione ludica arriva una voce che guarda alla stessa questione da un’altra angolazione. Stefano De Carolis di Prossedi, direttore operativo di Giochi Uniti, è convinto che il gioco da tavolo non sia un semplice prodotto, ma un linguaggio. «Quando ci si siede a un tavolo si entra in uno spazio di regole condivise dove l’altro non è un estraneo da decifrare, ma un compagno di partita: è lì che nascono relazioni, fiducia, appartenenza». Ciò che manca in Italia, secondo De Carolis, è una cultura del gioco da tavolo inteso come strumento di crescita collettiva. All’estero questa consapevolezza ha già trovato spazio nelle scuole e nei servizi sociali. In Italia si è ancora indietro, ma studi come quello di Plymouth rappresentano un punto di svolta: trasformano impressioni condivise in evidenze documentate, rendendo sempre più difficile trattare il gioco come un passatempo marginale.




