Notre Dame de Paris, alla Reggia di Caserta la meravigliosa opera di Cocciante incatena il pubblico ad un capolavoro folgorante


Un’estate da BelvedeRe si accende tra campane, fuoco e amore. Dopo l’esordio del 17 con Notre Dame de Paris, stasera l’ultimo canto dell’operetta ideata da Riccardo Cocciante.

La Reggia di Caserta, nel pieno dell’estate di luglio, si è trasformata in Parigi, con pietra bagnata di pioggia, tetti che fumano, una cattedrale sospesa tra il cielo e la terra.
Per due notti, il 17 e il 18 luglio, Notre Dame de Paris ha preso casa a Caserta. E stasera, con l’ultima replica, il sipario calerà per l’ultima volta su questo palcoscenico di marmo e di sogni. Tutto esaurito. Un boato che ha fatto tremare i viali della Reggia Vanvitelliana.

Cocciante: il poeta che è sceso tra noi
Nello spettacolo di esordio del 17 luglio, è successo l’imprevedibile. La sorpresa. Riccardo Cocciante è apparso. Non dietro le quinte. Sul palco. L’abbiamo incontrato poco prima e l’emozione è stata grande: un uomo che parla con gli occhi, che sente la musica perfino nel silenzio, che la canta sottovoce mentre cammina. Un artigiano dell’anima.

E sul palco, con la voce rotta e gli occhi lucidi, ha parlato a Caserta come si parla a un amico. “Ho sentito il bisogno di esserci. Di dirvi che oggi abbiamo una fame disperata di pace e di amore. Questa storia nasce da lì. Da chi è diverso, da chi ama e viene bruciato, da chi ha il potere e ne ha paura”.

Cocciante con Notre Dame de Paris ha dato vita e sogni a melodie nate “nel cassetto”, più di vent’anni fa, che non lo lasciavano dormire. Oggi quelle stesse note lo portano in viaggio: non solo con Notre Dame, ma con 20 date di concerto consecutive, una dopo l’altra, come un pellegrinaggio. Dopo l’esordio, anche nella serata del 18 luglio, l’operetta ferisce il pubblico con la sua bellezza.

Notre Dame de Paris è un affresco vivente, grazie a un cast che dipinge l’anima, che dà luce. E soprattutto che è Parigi nata ogni sera su un palcoscenico diverso.

Giò Di Tonno è Quasimodo. Non lo recita. Lo abita. Gobbo e regale, fragile e immenso. Quando intona “L’ora” il tempo si ferma. Il Belvedere trattiene il fiato. È il grido di tutti gli esclusi, e ci entra dentro come una lama.

Elhaida Dani è Esmeralda: fuoco e seta. Danza, ride, brucia. La sua “Belle” non è una canzone, è una preghiera laica che il pubblico ha restituito a coro, come un rito.

Vittorio Matteucci è Frollo. L’ossessione vestita da tonaca. Nero, tormentato, divino. Nel suo “Tu m’hai guardata” c’è tutto il male che nasce dall’amore non corrisposto. Spaventa. Affascina.

Graziano Galatone è Febo: sole, spada e vigliaccheria. L’uomo che sceglie il comodo.
E Gian Marco Schiaretti, alternandosi a Matteo Setti, è Gringoire: il poeta, il nostro Virgilio. Ironico, stanco, innamorato del mondo. Con la sua voce ci guida tra le rovine dei sentimenti.

Intorno a loro, il coro sale come incenso. I ballerini scolpiscono l’aria. L’orchestra tuona. Le campane piovono. È teatro monumentale, irreplicabile. Genialità che non si copia: si subisce.

Una storia antica che ci guarda oggi
Perché Notre Dame ci folgora ancora? Perché parla di noi. Di un gobbo deriso perché diverso. Di una zingara amata e poi condannata. Di un uomo di Chiesa divorato dal desiderio. Di un popolo che ha paura e per questo odia.

Cambia Parigi, resta l’uomo. Ecco perché “Vivere”, “Devi amarmi”, “Il tempo delle campane” non invecchiano. Sono coltelli affilati. Sono carezze. Sono la domanda che ci facciamo ogni mattina allo specchio.

L’ultimo canto alla Reggia
Caserta ha risposto con il cuore pieno. Due sere di platea gremita. Due sere in cui la Reggia è tornata a essere quello che è: un palcoscenico per l’eterno. Stasera è l’addio con la terza replica. L’ultima volta che le note di Cocciante voleranno tra le colonne di Vanvitelli. Il pubblico uscirà con “Vivrà” nelle orecchie e la notte addosso.

Notre Dame de Paris non è uno spettacolo. È un affresco. È romantico e crudele, è teatrale e vero. È la prova che l’arte, quando è grande, non invecchia. Fa invecchiare meglio noi, con il pensiero ancorato sulla bellezza della sua poesia. E in un tempo che ha bisogno di pace e di amore, come ci ha ricordato Cocciante, forse è l’unica cattedrale in cui vale ancora la pena entrare.

Credits Photo: Arturo Favella

Pina Stendardo
Pina Stendardo
Giornalista attenta ai fermenti quotidiani, raccontati con umanità. Convinta che scrivere sia un atto d’amore e responsabilità, ama divulgare il bello dell’Arte e del sociale, proponendo una narrazione alternativa sullo spaccato culturale.

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