Giocare non va mai in ferie: la lezione di agosto sul gioco da tavolo italiano

C’è un mese in cui l’Italia si ferma quasi del tutto, tra saracinesche abbassate e città semivuote. Ma è proprio in questo agosto apparentemente sonnolento che il gioco da tavolo italiano dimostra la sua vitalità più autentica, con due eventi nazionali capaci di richiamare migliaia di appassionati a distanza di poche settimane l’uno dall’altro.

Il primo appuntamento, giocAosta, ha animato dal 7 al 10 agosto il centro storico del capoluogo valdostano, arrivato alla sua diciottesima edizione con un tema dedicato al cinema e il claim “Ciak, si gioca!”. I numeri parlano da soli: oltre 6.000 pre-iscrizioni agli eventi, con 5.000 arrivate nei primi quarantacinque minuti dall’apertura delle prenotazioni, più di 400 volontari giunti da ogni angolo d’Italia, 380 appuntamenti in calendario e oltre 3.000 scatole di giochi messe a disposizione gratuitamente in piazza Chanoux. L’edizione precedente aveva già sfiorato numeri da record, con oltre 40.000 presenze attive in quattro giorni e più di 10.000 prestiti registrati in ludoteca.

Il secondo evento, la DDCON, debutta invece a Lucca dal 28 al 30 agosto per celebrare i quindici anni di DungeonDice, realtà fondata nel 2010 da Mario Cortese. Qui l’approccio è diverso: non una fiera commerciale nel senso tradizionale del termine, ma uno spazio pensato per la community, con accesso limitato a duecento partecipanti al giorno, cinquanta tavoli sempre operativi e quattordici ore quotidiane dedicate al gioco.

Formule opposte, stesso messaggio: la voglia di giocare insieme non conosce pause stagionali.

Il fermento c’è, ma non basta

«Il fermento c’è, ed è il dato più incoraggiante degli ultimi dieci anni. Il problema è che il fermento resta sempre a un passo dal tradursi in crescita strutturale del mercato». Parola di Stefano De Carolis, direttore operativo di Giochi Uniti, casa editrice napoletana tra le voci più ascoltate del settore in Italia.

De Carolis snocciola i dati con la lucidità di chi conosce bene il comparto: «Il rapporto annuale Circana ci dice che nel 2025 il mercato italiano del giocattolo è cresciuto del 6% a valore e dell’8% in unità, con l’Italia sopra la media europea, e i giochi da tavolo sono stabilmente al centro delle serate degli italiani. Sono numeri buoni. Ma sono numeri che non corrispondono a quarantamila persone che passano quattro giorni a giocare in una città di trentacinquemila abitanti».

Quella distanza tra l’entusiasmo di piazza e la realtà del mercato, secondo il manager, non è un dettaglio trascurabile. «Da qualche parte, tra l’entusiasmo di piazza Chanoux e lo scaffale del negozio, si perde qualcosa. E quel qualcosa non lo recupera il singolo editore: lo recupera un settore che decide di fare sistema».

Quando il gioco diventa strumento sociale

Per De Carolis, il gioco da tavolo ha smesso da tempo di dover dimostrare la propria utilità. A confermarlo è anche il Gioco dell’Anno, il premio più importante del settore in Italia, nato proprio per valorizzarne la funzione culturale e sociale. La conferma arriva pure dal mondo accademico: uno studio dell’Università di Plymouth, pubblicato lo scorso giugno sul Journal of Autism and Developmental Disorders e condotto su cinque ricerche con oltre 1.600 partecipanti, ha messo nero su bianco il ruolo del gioco da tavolo nei percorsi di inclusione delle persone autistiche. Anche l’Italia offre esempi concreti, dai progetti di reinserimento sociale negli istituti penitenziari fino ai casi di studio approfonditi nelle università.

«Non stiamo chiedendo che il gioco da tavolo venga sovvenzionato come la musica da camera», precisa De Carolis. «Ma qualcosa che ci somigli, sì. Il gioco è un dispositivo culturale a tutti gli effetti: produce socialità, contrasta la solitudine, funziona nelle scuole, nelle carceri, nelle case di riposo, nei percorsi di inclusione. Lo dicono gli studi, non i comunicati degli editori».

Il vero nodo, però, resta la frammentazione. «Continuiamo a essere trattati come un comparto merceologico qualunque e a presentarci alle istituzioni ognuno per conto proprio, con la propria fiera, il proprio premio, la propria battaglia. Servono opportunità comuni e soprattutto battaglie comuni: la formazione degli insegnanti, il gioco nei presìdi sociosanitari, il sostegno agli autori italiani, una rappresentanza che sappia parlare con la politica. Editori, distributori, negozianti, associazioni, festival: siamo pochi e non siamo uniti. Possiamo permetterci solo la prima delle due cose».

Un appello che Giochi Uniti non porta avanti da oggi, ma che trova nei due eventi di agosto una fotografia perfetta della contraddizione italiana. «Ad agosto ci sono due eventi nazionali costruiti quasi interamente da volontari e da community. È una notizia bellissima e insieme un campanello d’allarme: significa che il settore cresce grazie alla passione di chi lo abita, non grazie a un’infrastruttura che lo sostiene. La passione, prima o poi, chiede il conto. Costruiamo l’infrastruttura insieme finché siamo ancora in tempo», conclude De Carolis.

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