INTERVISTA – L’Arte di Ninni Pagano camera delle meraviglie: Donne cigno, alchimia e richiami classici alla ricerca della profondità

La vita come un enigma da svelare attraverso il terzo occhio dell’Arte. La pittura come un dialogo tra diverse dimensioni storico-temporali, tradotta in ponte per culture, espressioni e sentimenti. Questo il senso della ricerca artistico-espressiva di Ninni Pagano, artista catanese appassionato di arte antiquaria, concettualismo e filosofia. Pittore, scultore e collezionista, Ninni si è avvicinato alle Wunderkammer che influenzano la sua produzione restituendoci camere delle meraviglie aperte sulla sintesi degli studi scientifici dell’artista, e della profonda introspezione umana che lo caratterizza.

ARTE COME CAMERA DELLA MERAVIGLIA

Vicino al pensiero del maestro Antonio Sciacca, con il quale si è formato, Pagano ha esposto alla Triennale di Roma, alla 56 Biennale di Venezia con la mostra ‘Grazie Italia’ presso il Padiglione del Guatemala, ed ora è reduce da un vernissage a Roma che lo ha visto protagonista  della collettiva del Premio Roma Eterna Iubilaeum 2025. Compattezza di colore realizzato con polveri miscelate tra loro, forme canoniche e nuove che danno all’arte continuità tra i suoi canoni classico-rinascimentali con il grottesco dell’esistenza attuale, abbracciano in corolla il percorso psicologico ed esperienziale dell’umano perfettamente calato nella storia dei nostri tempi che Ninni racconta attraverso ogni opera. Dal 2011, anno dell’inizio della sua carriera, l’artista è riuscito a calamitare l’attenzione dei critici d’arte, tanto da vedere il suo nome inserito nella prestigiosa guida americana “Guide Museums Galleries Artists”. Altri riconoscimenti importanti derivano dalla sua presenza nel catalogo Mondadori 2020, dedicato all’Arte contemporanea, e nell’Atlante De Agostini.

Dopo aver iniziato a dipingere soggetti che sono topoi dell’arte greca antica, calandoli in un simbolismo pop, Ninni Pagano si è dedicato alla realizzazione di sculture in legno ed installazioni che al concetto materico trasferiscono la sublimazione della sostanza delle cose con processi innovativi.

LE DONNE CIGNO, IL CICLO ESPRESSIVO DELLA BELLEZZA PER NINNI PAGANO

Il suo recente ciclo produttivo è dedicato alla serie di Donne cigno, dipinte in olio su tela, per esaltare una bellezza che diventa naturalezza non convenzionale. La scelta è quella di ritrarre l’esteticità in modo provocatorio, denunciando l’eccessiva omologazione ricercata dal mondo attuale. Il collo diventa un focus paradigmatico, allorchè allungandosi dilata l’importanza che ciascuno dovrebbe conferire alla visione dell’alto (la contemplazione speculativa e interiore), con il cuore legato al basso delle cose, fatte di semplicità, essenzialità, ma soprattutto valore. Vicino ad una scelta appartenuta anche al precursore Modigliani che nel collo femminile vide seduzione ed eleganza simbolica, il cigno di Pagano eternizza il valore femminile presente in culture come quella egizia, maya ed africana. Legato anche al Parmigianino e alla sua Madonna, la donna di Ninni sa bilanciare l’equilibrio del suo spirito col suo corpo. Così come Leda nell’archetipo greco-romano incarnava la sacralità del cigno tra nobiltà e bellezza, le Donne cigno di Ninni Pagano sono reintegrazione dell’essenzialità simbolica del femminile, protesa a diventare simbolo di purezza e conoscenza che non disdegna la seduttività. Lasciano intravedere la loro seconda pelle, in una sorta di trasmigrazione dell’interiorità visibile nella translucenza del colore.

Ciascun soggetto di Pagano è dunque un Argonauta che va in esplorazione del sé, chiamato ad una eroicità fatta di scoperta che porta alla conquista di nuove consapevolezze. Avventuroso nel ritrarre le sue donne cigno con cuffie da astronauti, aviatori o nuotatori, nell’ampolla esistenziale Ninni fa entrare lo sguardo dell’osservatore, invitandolo a non perdersi davanti alla fatuità delle cose, ma ad elevarsi nella profondità di entrare in relazione col proprio io, col mondo e con l’altro, senza fermarsi alla prima ingannevole impressione. La sua galleria espressiva è dunque un inno all’arte tra avanguardismo, tecnicismo, ed emozioni, che risvegliano facendo pensare.

L’ INTERVISTA – NINNI PAGANO, L’ARTISTA ALLA RICERCA DEL SENTIRE ESPRESSIVO

-Ninni, cosa ha acceso la scintilla artistica nel suo percorso esistenziale?

Da bambino disegnavo, perchè mio nonno seppur non fosse un artista o un pittore, trascorreva il tempo disegnando. Questa cosa mi colpiva. Crescendo ho iniziato anche io a realizzare piccoli disegni. Da grande, al periodo delle scuole superiori volevo iscrivermi all’Istituto d’Arte, ma mia madre mi indirizzò verso gli studi scientifici. Frequentai l’Industriale senza volerlo davvero, mentre all’Università ho studiato Farmacia. Mi sono così avvicinato all’alchimia e ai vari processi di trasformazione delle sostanze, cosa che mi ha sempre affascinato e che oggi trasferisco nell’arte. Nel frattempo facevo anche l’antiquario. Ho iniziato a creare quadri e sculture con frammenti antichi. Poi un giorno ho incontrato Antonio Sciacca, che ha visto la mia passione e mi ha spronato a dipingere. L’ho seguito nel suo studio per sei mesi, imparando la mescola dei colori, le varie tecniche ad olio per realizzare le sfumature. Così ho iniziato a dipingere.

-L’amore per l’arte antiquaria implica il lasciare una porta aperta sulla storia, sulla vera bellezza e sul senso della rarità. Cosa rappresenta per lei la dimensione temporale? Crede che la parola “antichità” sia vetusta o che si possa declinare nel presente?

Essere un antiquario mi ha aiutato molto nei dipinti in cui faccio sempre riferimento al nostro passato, alla nostra culla artistica. Il Rinascimento italiano ad esempio, ce lo invidiano tutti. Questo passato culturalmente così importante mi stimola a fare meglio. Per me l’arte deve essere qualcosa che rappresenti la nostra vita facendo riferimento al passato. Infatti mi baso sulle contraddizioni che caratterizzano l’essere umano: gioia e dolore, luci ed ombre, vita e morte. Seguo un mio schema mentale e filosofico ma questi contrasti sfociano nella vera essenza della vita con tutte le sue regole fisiche, mentali, psicologiche. Alla fine la mia arte è spirituale. In questo momento mi rifaccio alle donne cigno col collo lungo che sono diverse dalle donne che oggi vediamo normalmente. Mi sono ispirato comunque al passato, alla Madonna del Parmigianino o a Modigliani, ma ho inteso andare contro i canoni di bellezza steriotipata attuali. Il canone di bellezza delle donne cigno è anacronistico. Cerca un’armonia tra il dentro e il fuori.

– Le Donne Cigno sono rappresentate con richiami ad elementi etnici, ancestrali e animali. Ci portano in una dimensione che ha più significati. A cosa tende tutto questo?

Considero tutto questo come un equilibrio tra i vari elementi del cosmo: terra, acqua, aria, fuoco. Così ogni cosa diventa  grandezza dello spirito. Nulla è casuale in questo ciclo di Donne Cigno; non lo è neppure il fatto che portino in testa delle cuffie da nuotatrici o da astronauta. Anche tale richiamo ha riferimento al cosmo. La cuffia rappresenta il legame con il mondo primordiale; l’acqua inserita nella placenta che ci ha generato; la vita e il rinnovamento. Rappresenta la capacità di affrontare l’esistenza adattandoci alle sue emozioni. E’ la resilienza, il fluire.

-Nelle sue opere si può leggere anche una denuncia del consumismo, alla ricerca dell’affermazione dei valori. Conferma questa percezione?

Esiste una denuncia celata rispetto a tutto ciò che può essere consumistico, basato sull’estetica e per nulla sulla nostra parte interiore. A tal proposito ho realizzato anche le Donne alchemiche in cui la trasformazione della materia è metafora della crescita interiore, di un perfezionamento spirituale che è percorso di conoscenza personale, eliminazione dei fardelli mentali. Tutto sfocia in una pietra filosofale interiore; in un nostro momento di crescita che dia elevazione ad un livello superiore, eliminando tutti gli steriotipi che la società moderna ci impone per sentirci parte di essa.

-La circolarità, così come il focus sull’occhio inteso come specchio dell’anima, è sempre presente nei suoi quadri. Il suo occhio adesso, cosa vorrebbe vedere nell’arte?

Il mio occhio si basa su un processo di elevazione spirituale che invita a guardare l’oltre nel senso di infinito. Credo che l’universo, al di là di ogni tipo di religione, sia fatto da un’energia molto potente di cui noi conosciamo solo la minima parte. Se fosse scoperta da ognuno di noi, ci aiuterebbe a vivere meglio e ad essere più buoni, sinceri ed empatici con gli altri.

Lei si rifà alle Wunderkammer. La camera delle meraviglie di Ninni Pagano come è costruita?

E’ fatta di oggetti antichi, da strani oggetti come quelli che si trovavano nelle stanze cinquecentesche dei re, dei filosofi. All’interno ha anche ricordi che riportano ad una dimensione spirituale. 

E’ anche scultore. Se dovesse fermare il suo sguardo su un’opera statuaria classica, declinando la bellezza in termini di equilibrio oggi, a quale farebbe riferimento?

Forse al Canova perchè in lui si ritrova la bellezza statuaria morbida che esalta anche quella interiore, che credo ognuno di noi abbia. Essendo un antiquario mi piacciono molto anche le Madonne del Gagini, che a mio avviso invitano all’equilibrio. 

Mi ha colpito molto una sua opera: l’Argonauta. Affonda le radici nel mito, ma ha valore simbolico per l’attualità. Lei si è mai sentito un Argonauta nella professione e nella vita? 

Ho vissuto una fase della mia vita non semplice. Ho perso papà a 9 anni, cosa che mi ha creato una conflittualità iniziale con l’energia luminosa che ci dovrebbe dominare. Mi sono fatto parecchie domande sul perchè questo fosse accaduto a me da bambino. Crescendo l’arte mi ha fatto diventare un po’ un Argonauta, rendendomi un viaggiatore in un mondo che cerco sempre di scoprire di pìù, mutando me stesso facendomi delle domande abbastanza importanti per cercare di capire la verità che spesso non ci viene detta. Per questo sto creando una serie di 12 quadri in cui è inserita questa speculazione sulla conoscenza che sottende il mio essere Argonauta.

L’infinito a cui tende abbraccia cielo e terra. Ad essi tende la sua Argonauta. Lei si sente più cielo o più terra nella sua dimensione personale? Filosoficamente parlando, è più baconiano, hegeliano o kantiano?

Diciamo che sono in una fase intermedia perchè a volte mi sento più terra, a volte più cielo. In questo momento mi sento più cielo perchè quest’arte mi sta aiutando a mettere fuori il mio mondo spirituale con la mia parte filosofica. Mi sento più baconiano. Oggi è molto difficile fare la scelta di dedicarsi all’interiorità. Io la compio perchè l’arte mi dà la possibilità di dare un mio contributo alle persone che nella mia arte sentono emozione. 

– Ritornando al percorso alchemico scientifico che fa parte della sua vita, scomoderei il rigore speculativo di Leon Battista Alberti che ha dato alla staticità i suoi 7 movimenti. Staticità e movimento quali incidenze hanno nel suo tratto pittorico e scultoreo?

Nella mia scultura c’è più staticità per alcuni versi, perchè assemblando frammenti di materiali diversi in essa, il movimento da creare è limitato. Il movimento cerco di configurarlo col significato di ogni singola opera. Nella pittura invece, il collo stesso delle donne cigno supera la stasi, cercando un dialogo tra parte alta e bassa del corpo.

– Quali sue opere possono rappresentare la summa della sua produzione tra meraviglia, profondità e rarità?

Forse ‘Il Grifone’, creatura in parte aquila e in parte leone che spicca il volo per salvaguardare l’uovo di struzzo e quindi la vita stessa delle persone che gli stanno accanto; ‘La Fenice’ che ho raffigurato in una donna che risorge dalle ceneri e che nonostante abbia la croce al contrario, non va contro la religione, ma la trasforma facendola rinascere; ‘L’ Argonauta’, perchè ti permette di fare un percorso pindarico verso quel cosmo di  cui parlavamo prima; e poi la pittura delle Donne cigno ed alchemiche.

– Ninni, quando ha realizzato il primo dipinto dedicato alle Donne cigno, l’aveva già ragionata nel cuore, oppure è venuta fuori nell’istantaneità della pittura?

La prima donna cigno è stata una trasformazione, perchè ho iniziato con un’opera che faceva riferimento alla Madonna del Parmigianino; poi ho disegnato la mongolfiera come sfondo che indicava il passaggio verso l’alto, e alla fine ho provato a dare vita alla donna cigno.

– Il suo ricorso al femminile richiama il concetto della maternità. L’Arte a suo avviso è più materna o matrigna oggi? Propendendo per una delle due dimensioni, con quale opera artistica contestualizzerebbe la sua scelta?

In questo momento è più matrigna perchè toglie tutto ciò che è interiore e fa primeggiare la parte estetica e consumistica dell’Arte. Nelle Madonne nere vedo un’arte matrigna, perchè rappresentano una figura di donna che aveva un’importanza notevole nelle connessioni ancestrali con il nostro passato (penso ad esempio alla dea Iside), che sono poi state volutamente cancellate da una canonizzazione imposta. 

– Esiste una ritualità pittorica o scultorea alla quale fa riferimento quando si accinge a lavorare?

L’unica ritualità sta nel creare l’alchimia delle polveri con cui lavoro, tramutandole in colori e consistenze. La ritualità a pensarci bene, forse nasce prima delle mie opere, in quanto dietro un dipinto esiste uno studio. Cerco di compormi le immagini, così da avere la visione totale di quello che devo dipingere, tant’è vero che nel 2013 un critico delle gallerie Orler, nel presentarmi disse che più che un artista ero uno studioso. 

-E’ reduce da una mostra a Roma organizzata a Palazzo Velli Expo per il Giubileo. Ci parli del progetto che l’ha vista proprio ieri protagonista?

La mostra è nata in modo casuale, perchè faccio parte dell’Archivio storico, che è una casa d’aste che si occupa di gioielli e arte. Lo scorso anno mi hanno contattato dicendomi che gli piaceva la mia arte, in quanto particolare. Ho esposto una Donna Maya dal titolo Anima Mundi, nata da un documentario che vidi nel 2016. Si intitolava ‘Non sono invisibile’ e parlava dello sfruttamento che le donne Maya hanno subito, portandole ad essere poi ai margini della società. Ho allora riflettuto sul tema; sul fatto che nonostante siano passati migliaia di anni dall’epoca Maya, è ancora attuale. La donna viene ancora sfruttata e “declassata” in determinati ambienti. Non viene vista con la sua sacralità. Ho iniziato il quadro nel 2020 e per un motivo o altro, lo avevo interrotto per poi terminarlo nel tempo. Qualche mese fa, alla Biennale di Venezia, ho visto che il tema della mostra del Padiglione Guatemala si basava su quest’opera che avevo iniziato anni fa. Perciò mi sono sentito spronato a proporla per quel frangente, ma anche in questa mostra organizzata a Roma per il Giubileo, curata da Stefania Pieralice. Anima Mundi è un riconoscimento a quello che in passato non è stato visibile, ma ora lo diventa. E’ sintesi di una trasformazione delle sofferenze interiori in una risorsa. Anima mundi è la donna che vede il proprio essere, la propria coscienza crescere, cercando di avere in tutti i modi un posto nel cosmo, per non essere un’ombra perduta nel nulla. Tutti gli sforzi, i sacrifici che ogni donna compie, deve avere un riscontro per se stessa e per gli altri.

-Se lei fosse una vibrazione nell’universo, quale sarebbe?

Sarei un’onda che crea energia, cercando un quanto di luce.

– Cosa augura alla sua arte e al mondo dell’Arte?

Al mondo dell’Arte auguro di eliminare tutto ciò che è effimero per ritornare all’essere un insieme di bellezza e cultura, dando un messaggio basato sulla profondità che dà luce ad ognuno di noi. Per quanto riguarda la mia arte, spero che possa essere riconosciuta da quante più persone possibili per il dare emozioni che siano input nel trasformare le cose in qualcosa di più bello e soprattutto umano. E mi piacerebbe anche essere ricordato  nei musei, nei libri d’arte, perchè l’Arte è eterna.

Pina Stendardo
Pina Stendardo
Giornalista attenta ai fermenti quotidiani, raccontati con umanità. Convinta che scrivere sia un atto d’amore e responsabilità, ama divulgare il bello dell’Arte e del sociale, proponendo una narrazione alternativa sullo spaccato culturale.

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