INTERVISTA – L’arte di Carlo Vidoni: un viaggio nella storia tra antropologia, concettualismo e profondo umanesimo

Nelle profondità dell’anima umana, dove le ombre si allungano e le luci si rifrangono, Carlo Vidoni tesse la sua tela di scultore, pittore, artista e docente. La sua arte è un viaggio in ciò che conta; un’esplorazione dell’antropologia e della condizione umana; un tentativo di comprendere il senso del nostro essere al mondo. Le sue installazioni e sculture sembrano emergere dalle viscere della terra. Sono porte aperte su un mondo di simboli e significati. Il ferro, il materiale prediletto, è un filo conduttore che lega l’uomo alla sua storia, alle sue paure, alle sue speranze.

È un materiale grezzo e potente, che si piega alle mani dell’artista come un foglio di carta, rivelando la sua anima. Le carte geografiche di Paesi in difficoltà, l’ultima opera di Vidoni, sono un grido di dolore, un richiamo alla nostra coscienza. Sono mappe di terre lontane, segnate dalla guerra, dalla povertà, dalla sofferenza. Eppure, in esse, c’è anche la speranza, la ricerca di un futuro migliore, la voglia di rinascere.

L‘arte di Carlo Vidoni è un percorso nella memoria, un ritorno alle origini, un tentativo di comprendere il nostro posto nell’universo. È un richiamo alla nostra umanità, alla fragilità, alla grandezza. È invito a guardare oltre, a vedere l’altro con gli occhi del cuore, a sentire la pulsazione della vita. In un mondo che spesso sembra aver perso il senso delle cose, l’arte di Vidoni è un faro che illumina la strada coperta da nebbia; un richiamo alla speranza, alla bellezza, alla verità. È un invito a scavare nell’anima umana, a scoprire i segreti che si celano nel profondo, a rinnovarsi e rimodularsi, proprio come fa la sua arte, per trovare il sentiero che lascia vivere in modo migliore attraverso il dialogo e la semplicità.

Il percorso artistico di Carlo Vidoni: un’esplorazione dell’anima umana

Carlo Vidoni, artista, scultore e docente friulano, ha costruito un percorso artistico unico e affascinante, che lo ha portato ad esplorare i confini dell’anima umana attraverso diverse forme d’arte. Nato ad Udine, Vidoni si diploma in Arte della grafica e fotografia e in Storia dell’arte contemporanea all’Università degli Studi di Udine. Fin da giovane, manifesta una forte inclinazione per l’arte visiva e realizza le sue prime esposizioni. La sua ricerca artistica si concentra sull’osservazione della natura e degli oggetti, e si esprime attraverso diverse tecniche, dalla pittura alla scultura, dalla fotografia al disegno, approdando alle installazioni multimediali esposte in diverse mostre, tra cui “Origini e destinazioni” a Villa Moretti di Tarcento, dove l’artista ha presentato circa 100 opere tra installazioni, sculture, disegni e fotografie.

Vidoni ha collaborato con gallerie di prestigio e ha partecipato a numerose mostre in Italia e all’estero. È stato anche invitato a partecipare alla rassegna Hic et nunc e ha collaborato con la rivista Perimmagine. Il suo percorso è caratterizzato da una continua esplorazione della condizione umana e da una ricerca di significato e di connessione con l’ambiente circostante. Le sue opere sono un invito a riflettere sulla nostra esistenza cercando un senso di appartenenza.

L’ANIMA ARTISTICA DI CARLO VIDONI – L’INTERVISTA

– Carlo Vidoni di recente a Villa Pace (Udine) si è tenuto un magnifico evento che l’ha vista protagonista, dal titolo Nemeton. Come lo ha allestito e quale riscontro porta a casa?

L’evento è nato con la volontà di presentare un catalogo della mostra allestita lo scorso anno a Villa Pace. Ci è voluto un po’ di tempo per costruirlo, ragion per cui ho sentito l’esigenza di tornare nello stesso luogo non solo per presentarlo, ma per proporre qualcosa di più ampio. In occasione di quella mostra avevo collaborato con l’avvocato Pietro Tonchia che è anche un musicista e un tecnico del suono. Mi aveva proposto di sonorizzare una parte dell’allestimento. Ci siamo ritrovati e mi ha chiesto se poteva sonorizzarmi un’opera trasformandola in una performance. Alla squadra di lavoro si è poi aggiunta Luigina Gressani, un’amica di vecchia data, che ha suggerito di inserire la danza nell’evento.

Ho scelto di concentrarmi su lastre di ferro realizzate l’estate scorsa, che riproducono Stati che sono in guerra o sull’orlo del collasso, in realtà problematiche e complesse. Ho realizzato delle vere carte geografiche su una sbarra di ferro appesa con ganci da macellaio. Accettando questa sfida Pietro ha fatto risuonare il ferro utilizzando sensori sonori per creare la vibrazione che si è ripercorsa nell’asse di metallo. Il suono è stato così trasformato e Luigina attraverso la danza, ha cercato di far visualizzare allo spettatore quello che sta accadendo nel mondo in questi Paesi.

Nemeton è stata una collaborazione a tre. Come artista trovo che lavorare con gli altri sia la frontiera del futuro. Significa poter avere la capacità di ritrovare un proprio posto nel mondo contemporaneo come artista parlando dell’oggi, ognuno col suo strumento. Il clangore della performance assomiglia a quello delle bombe; i gesti di Luigina inizialmente hanno riprodotto una condizione molto marziale, se non militaresca, per poi tradursi nella rilettura del prendersi cura di questo mondo. Le persone sono rimaste estremamente colpite da questa cosa. Anche per me è stata una scoperta! 

– In che modo geografia umana e geografia artistica si sono incontrate nel corso del tempo, nella esperienza artistica di Carlo Vidoni?

Forse ha un origine nella regione in cui sono nato, che è una regione di confine. Oggi questo confine si percepisce molto poco, ma un tempo, quando ero bambino o ragazzo, ricordo che c’erano dei posti in cui non si poteva andare. In questa regione esistevano cartelli con su scritto “Vietato fotografare”. Era pieno di caserme ed il senso del confine era estremamente marcato. Camminavi per strada e venivi fermato; ti chiedevano la carta di identità, trattandosi di confine militarizzato in cui la polizia era molto presente. Nei miei ricordi, alla voce geografia, compare questo. Tale geografia l’ho poi vista cambiare. Ho visto i confini crollare e la mia regione aprirsi alla modernità.

Il mio senso della geografia parte da un’esperienza anche molto personale. Ed è proprio il senso del confine a farmi pensare ad una geografia che andrebbe ripensata nel concetto di Stato-nazione che è quello che ci porta alla rovina. Le persone non hanno bisogno di farsi la guerra; non hanno bisogno di pensare che esiste un confine tra uno Stato e un altro; che uno ti deve dare un permesso per attraversare un pezzo di terra su cui tu potresti tranquillamente camminare. Ancora stiamo assistendo a questa erronea percezione della geografia umana.

Le persone non sono interessate a queste cose. Il mio senso della geografia artistica guarda a questi aspetti. Per fare queste sagome di Stati son partito proprio dalle carte geografiche che guardavo da bambino e mi sembra che il mondo sia diventato sempre più piccolo perchè ogni anno penso che esiste un posto in cui non posso andare. Magari negli anni ’70 o ’80 lo potevamo ancora raggiungere. 

– Quale è stata la prima volta in cui attraverso l’arte si è davvero guardato dentro, soprattutto a livello formativo?

Mi sono reso conto di aver fatto questa cosa quando ero un po’ più grande. C’è stata una vicenda personale molto dolorosa. Ero sposato con una donna morta di cancro e durante la sua malattia mi capitava di andare in studio e di disegnare case con dentro alberi che esplodevano. Ero ossessionato artisticamente da questa cosa qui. Alla fine ho affrontato un percorso terapeutico e mi sono accorto che la casa era simbolo del corpo. Per cui non ho fatto altro che disegnare corpi invasi da una malattia probabilmente. Lì mi sono reso conto che inconsapevolmente, attraverso l’arte, avevo fatto un viaggio molto profondo ed avevo bisogno di disegnare cose che mi guarivano. Oggi, come artista, mi chiedo invece cosa si può fare per questo mondo. Mi chiedo qual è il posto che noi dobbiamo ritrovare o il viaggio che dobbiamo compiere dentro noi stessi per trovare un posto nel mondo. E credo che la risposta sia nell’arte condivisa che racconta il mondo contemporaneo.

– Sacralità e destino. In che modo sono state declinati nelle sue opere? Quale sua produzione concretizza il tutto?

Sette anni fa sono diventato buddista. Per me è stato un approdo naturale in un momento di grande crisi personale. Non saprei dare una definizione del sacro. Parlerei più di spiritualità. Penso che le cose siano sempre collegate. La ricerca della nostra strada non è disgiunta da tutti gli altri. Trovo che quello che chiamiamo destino è una cosa che dobbiamo essere capaci di costruire avendo una immagine molto più grande di noi stessi, riuscendo a proiettarci in una dimensione che non è solo né l’io, né l’oggi, ma che comprende un noi che include non solo gli esseri umani, ma tutti. Il destino è essere dentro la capacità di sentire le cose; lavorare ogni giorno nel modo migliore per ottenere il risultato migliore, a beneficio di tutti. Il destino perciò è anche il lavoro che ogni giorno facciamo sforzandoci di fare bene.

Il binomio destino e spiritualità potrebbe essere concretizzato da un ciclo da me realizzato, intitolato “Destiny Destination”. E’ un lavoro fotografico fatto sulle linee delle mani, completato dalle storie delle persone in un carnet de voyage. Ho coinvolto un amico antropologo che vive in Svizzera per realizzare il progetto. E’ nato un lavoro fatto a quattro mani.  Prima è stato una installazione e poi è diventato un libro. Abbiamo raccolto le narrazioni di emigranti ed immigrati di varie generazioni che si sono confrontate. E le storie, indipendentemente da età o provenienza, sono sempre le stesse. Questo è il lavoro che mi ha dato una aderenza più spirituale di contatto con l’altro, in modo profondo.

– La fotografia è un altro suo grande amore. Predilige in essa il bianco e nero. L’ombra e la luce come costruiscono il contatto dell’intimità tra l’artista e il suo pubblico?

La cosa che mi piace del bianco e nero è la grande essenzialità. Essa, accantonando l’aspetto del colore, parla un linguaggio che arriva attraverso la luce e l’ombra, a dialogare col mio retroterra da scultore. Uso la fotografia sentendola molto vicina alla scultura, per il fatto che anche essa lavora sulla luce e sull’ombra, prima che sui materiali. Ci si augura sempre di trovare un tramite con le persone che guardano il nostro lavoro. Auspico che questa essenzialità – che qualche volta nelle foto in bianco e nero può essere anche drammatica – possa cogliere le persone. Fotografo oggetti, ma molto spesso una parte della ricerca è anche l’interazione tra memoria, natura e civiltà. E’ una relazione col paesaggio in cui si vede l’umano. Il dialogo uomo – natura, è un sospeso che vorrei fosse  elemento di discussione con chi guarda i miei lavori. 

– Soffermiamoci sul modellato della scultura. Qualcuno pensa che quest’ultimo non abbia un’anima. Lei lavora col ferro. Si parla tecnicamente di anima del ferro. Da artista, cosa crede dia il tocco animico ad un’opera e come si è evoluta la sua scultura nel tempo?

Credo che l’aspetto vitale che mantiene un’opera sia l’elemento essenziale che travalica il te stesso. Mi piace che il lavoro venga ultimato da chi lo guarda o da chi poi lo terrà. Molti dei miei lavori sono fatti per trasformarsi nel corso del tempo. In alcuni casi sono fatti anche di materiali fragili, oppure parlano della trasformazione delle cose. Questo credo che sia uno degli elementi essenziali. Anche lo stesso ferro, molto spesso lo lascio ossidare qualche volta controllata, oppure lascio che l’ossidazione avvenga lentamente. Mi piace che ci sia questa potenzialità in materiali come il ferro, ma anche il legno. Amo vedere che le cose hanno una loro vita e che questa vita possa sfuggire al mio controllo. Questo è il senso animico che vedo nelle opere.

– Riferendoci alle installazioni che sono una vera e propria incisione, oltre che un inciso nella modernità, come crede che diacronicamente la sua prima e l’ultima installazione che ha creato, siano in dialogo tra loro?

Sono in dialogo tra loro perchè le installazioni secondo me riescono bene quando sono capaci di porre dei problemi creando dibattito con chi le osserva. Non hanno solo un dato estetico. Questo nesso lo ritrovo tra una delle prime installazioni da me creata in Slovenia, in una piccola casa di campagna, abbandonata da tanti anni. Vi entrai e trovai un ritratto di Tito su cui ho costruito un lavoro. Si trattava di una specie di figura in cera che si scioglieva.

L’ultima installazione in dialogo con la prima, è stata quella sui migranti realizzata per una mostra dell’anno scorso, intitolata “L’istinto migratorio”. Ho lavorato con gabbiette di uccellini usate dai cacciatori per fare richiami. Dentro ho inserito delle foto di migranti ed immagini presi da libri naturalistici. Ho sottolineato il parallelismo del desiderio di uscire dalle gabbie. Gli uccellini con la loro attrattiva lasciavano avvicinare il pubblico alle installazioni. Poi all’interno vi si scoprivano scene di giornali di migranti sui barconi o persone che fuggono  dalla guerra, lasciando interrogare l’osservatore. 

– Se la sua arte fosse un mantra per l’umanità, quali punti cardine avrebbe?

Che l’arte possa essere un modo per trovare un valore comune. Che possa essere insieme un luogo indipendente in cui c’è una forma di libertà di pensiero, e un luogo di incontro. Penso che l’arte debba oggi essere uno di quegli elementi che può diventare punto di dialogo, contribuendo a far ritrovare l’umanità alle persone.

– Lei è anche un docente. Quale è stata la sollecitazione più bella arrivata dai suoi studenti, che ha cercato di tradurre in una produzione artistica?

I ragazzi sono sorprendenti e li adoro. Insegno alle superiori a studenti di età compresa tra i 16 e i 19 anni. Trovo in loro una carica di creatività incredibile. Non mi viene in mente un’unica cosa che mi abbiano ispirato. La relazione con loro mi ha intanto supportato nel mantenermi giovane, curioso ed attivo rispetto alle cose che accadono, senza avere o dare una visione univoca del mondo. Gli alunni mi fanno vedere una parte di mondo che altrimenti non scorgerei. Mi instillano il desiderio di cercare di lanciare messaggi positivi con la mia arte. 

– Carlo Vidoni se potesse anagrammare a livello emotivo una sua opera, qual è la produzione che più ha palpitato con lei, per lei e per la sua storia? C’è un’opera da cui non si riesce a distaccare, che conserva gelosamente?

Per un artista è sempre l’ultima opera realizzata o la prossima, quella più palpitante. L’opera da cui non riesco a staccarmi è un lavoro che amo moltissimo. Si tratta di un tavolino bianco di Rousseau da cui nasce un albero che ho attaccato, su cui ho posto delle lanterne a petrolio. Su questo tavolo sono collocati dei libri che parlano di argomenti che vanno dal razzismo alla relazione con l’altro o sono grandi classici. Fu realizzato perchè le persone potessero sedersi e leggere questi libri, come avrebbe fatto un illuminista. Per questo l’ho chiamato Tavolo di Rousseau. Uno dei miei sogni – siccome mi è capitato di esporlo anche all’Università di Udine – era che gli studenti potessero prendere i libri posti su di esso. Invece sono stati molto corretti. Speravo prendessero ‘Gli ultimi discorsi di Malcom X oppure Walden di Thoreau. 

– Quando si è innamorato davvero dell’Arte? Chi l’ha ispirata? Esiste un primo disegno da bambino che ricorda nitidamente?

L’amore è sempre esistito perchè avevo uno zio scultore che fin da bambino era un mito per me. Anche mia madre mi ha trasferito questo piacere non solo per l’arte, ma per l’estetica in generale. Ho trovato sempre nel disegnare, un piacere immenso. C’era un disegno che avevo realizzato da piccolo e girava per casa. Riguardava la Guerra in Vietnam. Guardavo da piccolo i servizi alla tv e allora rappresentai soldati che sparavano, anche se non ne capivo le motivazioni da bambino. Un altro disegno che ricordo, lo feci dopo il terremoto in Friuli. Perdemmo la casa nel 1976. Disegnavo decine e decine di vulcani che eruttavano. In effetti lì per la prima volta forse ho capito che l’arte serviva a qualcosa, per quanto riguardava la mia vita. La cosa bella a fine anni ’80 è stata invece l’incontro con un artista morto qualche anno fa. Si chiamava Beppino De Cesco ed era molto bravo. Con lui discutevamo di arte tutta la notte. Raccontava le installazioni che aveva visto negli anni Settanta. Era una vera scuola. Andavamo a vedere le mostre l’uno dell’altro. Si parlava e si osservava insieme.

– Secondo Carlo Vidoni come si può costruire a suo avviso, l’essenzialità nell’arte, senza scadere nella banalità?

Secondo me bisogna essere molto radicati in se stessi. Occorre avere un proprio nocciolo molto forte, perchè è facile cadere nell’appariscenza, ma se hai qualcosa di molto profondo, e riesci a mantenerlo sempre sano, vivo e presente, credo che questo faccia mai in modo che l’arte non cada nella banalità.

– Nelle sue opere c’è una visione chiaramente antropologica. Quale pagina della storia crede debba essere rispolverata per  parlare in maniera preponderante all’umanità, insegnandole qualcosa?

Forse tornerei all’Ottocento. Tornerei ai tempi di Marx perchè mi sembra che siamo retrocessi in tante cose. Credo che tornare a sentirsi una massa che può scegliere, determinare la storia, sia una cosa molto significativa. Ma potrei dire che significativo sarebbe anche un ritorno al ’68, con tutte le problematicità. Erano momenti della storia in cui le persone si sentivano coinvolte.

– Quale sarà il prossimo lavoro artistico di Carlo Vidoni?

Sarà un lavoro sul terremoto in Friuli. Il prossimo anno ricorreranno cinquant’anni dall’evento. Era il 1976. Sto portando avanti il progetto con un amico antropologo che mi ha sollecitato a farlo raccontare da persone che allora erano bambine. Saranno video interviste; ad esse seguirà una rielaborazione in installazioni. Ci sarà un libro che raccoglierà tutte queste testimonianze, contenente anche una parte artistica con delle foto o altro a cui stiamo ancora pensando. Anche questa sarà un’opera corale. Poi c’è un lavoro pensato con l’amico antropologo e con un amico avvocato, incentrato sul carcere. Vogliamo capire come è cambiato l’ambiente sonoro del carcere nel corso del tempo, se è cambiato. Ci piacerebbe pensare anche a dei laboratori con i detenuti, occupandoci di un’arte ancora più sociale. Sono due progetti aperti.

– Qual è il monito umano ed artistico che desidera rivolgere ai lettori e a se stesso?

Di rimanere sempre presenti a se stessi. Di avere la capacità di restare creativi immaginando un mondo che dura; di immaginare la capacità di risolvere i problemi che sembra non abbiano soluzione, ed immaginare un mondo che continuerà ad esistere. 

– Se la sua arte potesse diventare un libro da scrivere in fieri, che titolo avrebbe?

La vita incomincia adesso!

Pina Stendardo
Pina Stendardo
Giornalista attenta ai fermenti quotidiani, raccontati con umanità. Convinta che scrivere sia un atto d’amore e responsabilità, ama divulgare il bello dell’Arte e del sociale, proponendo una narrazione alternativa sullo spaccato culturale.

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