“Nemici come prima”, col teatro di Francesco Procopio e Teresa Del Vecchio la risata sconfina nell’anima

Nel fervore di una serata d’aprile, il debutto al teatro Italia di Acerra di “Nemici come prima”, scritto da Gianni Clementi e adattato da Francesco Bruzzo con Francesco Procopio, alla prima esperienza di regia,  si impone come un esordio registico sorprendentemente maturo, capace di tenere insieme leggerezza e profondità con una misura rara.

Procopio, reduce da recenti e significativi programmi televisivi, torna alla sua terra d’origine con un progetto che è, prima ancora che spettacolo, atto di restituzione. E proprio in questo ritorno si coglie la cifra più autentica della sua regia: una prossimità emotiva che rifugge ogni compiacimento e si traduce in una direzione degli attori attenta, calibrata, profondamente umana.

La produzione di I due della Città del Sole e Teatro Novanta, si avvale di un ensemble coeso: accanto a Francesco Procopio, indiscutibile nella sua bravura, c’è la presenza di Teresa Del Vecchio, autentica signora della scena che conferisce alla pièce una densità espressiva efficace. Del Vecchio costruisce un personaggio che vibra di trattenuta esasperazione: figlia e moglie stanca, custode silenziosa di sacrifici mai riconosciuti, incarna una dignità dolente che si fa teatro – eco, mai dichiarato, sempre percepito. Ha il ritmo della fuoriclasse. Non recita…vive e il pubblico lo sente e per questo la onora con sonori applausi.

Con loro in scena, Giosiano Felago, Carmen Landolfi e Marianna Petronzi contribuiscono a delineare un microcosmo familiare credibile, attraversato da tensioni sottili e improvvisi squarci emotivi attraversati da copiosa ilarità.

La scrittura di “Nemici come prima” si rivela particolarmente felice. E’ una drammaturgia che alterna battute al vetriolo a pause cariche di senso, in cui il non detto si fa materia scenica. La commedia si piega al dramma con naturalezza, senza mai indulgere in forzature, lasciando emergere quella zona grigia in cui il riso si incrina e lascia spazio a interrogativi più profondi. In platea si ride di gusto, con una regia che lascia palesare l’inesprimibile atto a dare valore alle cose e al senso del diritto morale che nuota copioso nella battuta purissima.

Il cuore tematico dello spettacolo — la cosiddetta “giustizia emotiva” — viene scandagliato con lucidità e senza facili assoluzioni. La morte, lungi dall’essere un punto fermo, diventa detonatore di conflitti: riapre conti sospesi, ridefinisce gerarchie affettive, mette in discussione il primato del legame di sangue rispetto a quello della cura e riserva sorprese inaspettate. È qui che la commedia rivela la sua natura più inquieta: sotto la superficie brillante, pulsa una riflessione sulla legittimità del riscatto, sul bisogno umano di vedere riconosciuto il proprio sacrificio.

Procopio, in scena, si fa ago della bilancia tra comicità e pensiero. Governa i tempi con sapienza, li dilata o li contrae secondo necessità, orchestrando un ritmo che accompagna lo spettatore senza mai sovrastarlo. La sua regia, pur muovendosi nell’aperta comicità, introduce correnti più profonde, invitando a una navigazione interiore tutt’altro che superficiale.

Notevole anche la scelta scenografica: l’interno di una sala d’attesa ospedaliera, restituito con realismo essenziale, si configura come un autentico “non luogo” dell’anima. Il distributore automatico del caffè, in particolare, assume un valore simbolico pregnante: spazio di sospensione e riflessione, diventa una soglia tra l’azione e il pensiero, tra il dire e il tacere. È lì che i personaggi sembrano cercare una tregua, un respiro, forse una verità.

“Nemici come prima” pone domande scomode senza offrire risposte consolatorie: il diritto di sangue vale davvero più del diritto maturato nella cura quotidiana? E ancora: un addio può trasformarsi in occasione, in possibilità di ridefinizione dei rapporti prima ancora che si compia definitivamente?

In questa ambiguità feconda risiede la forza dello spettacolo. E mentre il sipario cala, resta sospesa una domanda che continua a lavorare nello spettatore: l’addio, in fondo, può essere un inizio? La risposta, forse, abita soltanto a teatro promettendo divertimento con gran senso.

Pina Stendardo
Pina Stendardo
Giornalista attenta ai fermenti quotidiani, raccontati con umanità. Convinta che scrivere sia un atto d’amore e responsabilità, ama divulgare il bello dell’Arte e del sociale, proponendo una narrazione alternativa sullo spaccato culturale.

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