Quando il lavoro consuma: il burnout cresce in Italia

Il burnout non arriva con un crollo improvviso. Arriva piano, quasi in punta di piedi. Ti dice che sei solo stanco, che passerà. E invece non passa. Si allarga, si infila nelle giornate, si siede accanto a te mentre lavori, mentre guidi, mentre cerchi di dormire. In Italia questo fenomeno non è più un’eccezione: è un’onda che cresce dentro un mondo del lavoro che chiede molto e restituisce poco. È il momento in cui il lavoro, invece di nutrire, comincia a consumare.

Ricordo bene quando fui ingaggiato come freelance da un’azienda napoletana in piena espansione sul territorio. Mi chiamarono per un riassetto organizzativo, con l’obiettivo dichiarato di “migliorare l’equilibrio delle risorse”. Il socio di maggioranza mi accolse con una domanda che sembrava semplice: «Vorrei capire il perché del turnover e delle assenze». Mi bastarono pochi giorni per capire che la risposta non era nei numeri, ma nelle persone. C’era un clima tossico che si percepiva appena entrati: ore richieste in più e poi “recuperate” solo sulla carta, straordinari non riconosciuti, stipendi che non rispecchiavano il carico reale. Ricordo occhi spenti, turni interminabili, un lavoro incessante che non lasciava spazio al respiro. Era una situazione irreversibile se non con un cambiamento radicale.

E ai colloqui individuali, quelli che avrebbero dovuto far emergere le difficoltà, trovavo invece un silenzio pesante. Non era reticenza: era paura. Paura di perdere quel posto che serviva per vivere, per dare da mangiare ai figli, per non scivolare in un vuoto più grande del burnout stesso. In quelle voci basse, in quegli sguardi che chiedevano di non essere traditi, ho capito quanto il lavoro possa diventare una gabbia invisibile, soprattutto in certe realtà del Sud dove il lavoro non è solo reddito: è sopravvivenza.

Burnout, la definizione secondo l’OMS

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il burnout come una sindrome da stress cronico legato al lavoro, fatta di esaurimento emotivo, distacco e perdita di efficacia. Ma chi lo vive sa che è molto di più: è quando non ti riconosci più nello specchio del lunedì mattina. È quando la mente si spegne per proteggersi, quando anche ciò che amavi diventa pesante.

In Italia il burnout cresce perché il lavoro è cambiato più velocemente delle persone. Le responsabilità aumentano mentre gli organici si riducono, l’iperconnessione trasforma ogni smartphone in una porta sempre aperta, le ristrutturazioni continue alimentano un senso di precarietà emotiva. E poi c’è quella cultura tutta nostra, quella del “stringi i denti”, del “non lamentarti”, del “sei fortunato ad avere un lavoro”. Una cultura che non lascia spazio alla fragilità e che spesso confonde la dedizione con la rinuncia a sé stessi.

Le conseguenze psicologiche

Le conseguenze non sono solo individuali. Secondo l’INAIL, le segnalazioni legate ai rischi psicosociali sono aumentate in modo significativo negli ultimi anni, con una crescita costante delle richieste di supporto per stress lavoro‑correlato (fonte: INAIL, Relazione annuale 2023). A livello globale, l’OMS stima che ansia e depressione legate al lavoro causino ogni anno la perdita di circa 12 miliardi di giornate lavorative, con un impatto economico superiore a mille miliardi di dollari (fonte: OMS, Mental Health in the Workplace, 2023). Dietro ogni numero c’è una storia come quelle che ho incontrato in quell’azienda: persone che non ce la fanno più, ma non possono dirlo.

Eppure qualcosa si muove. Sempre più aziende italiane iniziano a parlare di benessere lavorativo non come un lusso, ma come una necessità. Nascono sportelli psicologici, programmi di ascolto, forme di flessibilità più mature. Si afferma lentamente una leadership diversa, più attenta, più capace di leggere i segnali deboli. E le nuove generazioni rifiutano l’idea che il sacrificio sia l’unica strada possibile. Il lavoro deve costruire, non distruggere.

Cosa fare?

La soluzione al burnout non è una formula unica. È un insieme di scelte culturali e organizzative: proteggere i confini tra vita e professione, ridisegnare i carichi, formare manager che sappiano ascoltare, introdurre indicatori di benessere accanto a quelli di performance. Ma soprattutto serve un gesto semplice, quasi rivoluzionario: riconoscere la fatica dell’altro. Dire “ti vedo”, “ti ascolto”, “non devi farcela da solo”. Perché il burnout non si cura con una procedura: si cura con umanità.

Il burnout è il sintomo di un’Italia che ha perso il ritmo naturale del lavoro. Ma ogni crisi porta con sé una possibilità. Forse è il momento di riscrivere il patto tra persone e organizzazioni, di costruire luoghi di lavoro che non bruciano energie ma le custodiscono, di ricordare che la produttività nasce dal benessere, non dalla stanchezza. Un Paese che sa respirare è un Paese che può crescere davvero.

Pasquale Orefice
Pasquale Orefice
HR Manager della GDO specializzato in riorganizzazione aziendale, sviluppo dei team e performance dei punti vendita; nei suoi articoli racconta il lavoro con uno sguardo concreto e umano, attento alle persone e ai cambiamenti delle organizzazioni.

1 commento

  1. Buongiorno sig. Pasquale sono De Grazia Cesare, forse si ricorda di me, mi ero candidato per la figura di Addetto alle vendite su Rende (Cs) per Divani by Natuzzi, ma poi non se ne fece nulla per motivi strani anzi per meglio dire credo sia stato uno solo “l’ostruzionismo” di una determinata persona.
    Bene detto ciò apprezzo molto questo suo scritto ed ho letto con “piacere” che purtroppo in quello che ha scritto appunto io mi riconosco tanto anche troppo, questo era il motivo perché volevo cambiare lavoro trovare qualcosa di unico in questa terra difficile da vivere ma troppo bella da abbandonare.
    I lavori qui spesso sono da dover fare e non da cui attrarre ancor di più passione e amore, certo ho avuto la fortuna di incontrare alcuni imprenditori di mentalità come la sua, ma molti ti fanno disinnammorare di quello che fai e cerchi di sforzarti e combattere contro te stesso dandoti una ragione e dicendoti che sono io quello da cambiare e non chi ti dà lavoro.
    Bene la cultura del lavoro qui è come un labirinto nel quale entri una volta convinto di trovare l’uscita ma poi non ne esci più e in questo percorso l’ansia e l’angoscia sono le compagne con cui condividere il viaggio.
    Buona giornata e a presto

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

spot_imgspot_img

Iscriviti alla newsletter

Uno spazio per condividere idee, storie e punti di vista. Iscriviti per restare in contatto.

spot_img

Ultimi articoli