Dopo il cedimento in via Siniscalchi, l’architetto Cerbone chiede un piano straordinario per la manutenzione degli edifici: «La vera domanda è cosa siamo disposti a fare prima»
Ogni volta che crolla qualcosa a Napoli, si parla di emergenza. Ma per chi conosce il territorio, di emergenza non si tratta: si tratta di un esito atteso, il punto di arrivo di un degrado lento e documentabile. Lo dice chiaramente Antonio Cerbone, tesoriere dell’Ordine degli architetti di Napoli e coordinatore regionale della Struttura tecnica nazionale della Protezione Civile, commentando il crollo dei solai avvenuto in via Francesco Saverio Siniscalchi, nei pressi di Piazza Garibaldi.
«Non siamo davanti a emergenze improvvise, ma a un degrado prevedibile che chiama in causa precise responsabilità istituzionali». Una frase che non lascia spazio a interpretazioni.
Il problema non è solo ciò che cade
Napoli non crolla all’improvviso, ripete Cerbone. Si ammala lentamente. E la parte più pericolosa non è quella che cede sotto gli occhi di tutti, ma quella che resta in piedi senza essere sicura. Edifici abbandonati, manutenzioni rinviate, ordinanze che finiscono nei cassetti senza generare interventi reali: un sistema che produce rischio in modo silenzioso e continuo.
Il cedimento di via Siniscalchi è solo l’ultimo episodio di una sequenza che si ripete con frequenza preoccupante. E ogni volta il copione è lo stesso: transenne, sgomberi, dichiarazioni. Poi si torna alla normalità, finché non crolla qualcos’altro.
Prevenzione vera, non solo mostre
In questi giorni a Città della Scienza è visitabile “Terremoti d’Italia”, la mostra promossa dal Dipartimento della Protezione Civile dedicata al rischio sismico e alla prevenzione. Cerbone la considera un’iniziativa utile, ma avverte: «La cultura del rischio deve tradursi in azioni concrete, dentro i condomìni e nelle politiche pubbliche». Informare è necessario, ma non basta se poi manca una struttura operativa capace di intervenire in modo sistematico.
Un piano straordinario, non interventi tampone
La proposta che avanza l’Ordine degli architetti è chiara: serve un piano straordinario di conoscenza e manutenzione del patrimonio edilizio. Un piano che coinvolga Comuni, Ordini professionali, amministratori di condominio, Protezione Civile, Vigili del Fuoco, Università e cittadini. Censimento degli edifici fragili, individuazione delle priorità, controlli programmati, diagnosi tecniche serie, strumenti economici e normativi accessibili ai condomìni.
«La manutenzione ha un costo», dice Cerbone. «Ma il crollo ne ha uno infinitamente più alto». Non è una metafora: è un calcolo concreto, che misura vite, risarcimenti, ricostruzioni, costi sociali. E che rende evidente come l’inerzia abbia sempre un prezzo più alto dell’azione.
La domanda che le istituzioni devono rispondere non è cosa fare dopo un crollo. È cosa sono disposte a fare prima.




