Formazione professionale in Campania: la diffida che mette sotto accusa il decreto regionale

C’è un decreto che rischia di lasciare migliaia di persone senza la possibilità di avviare un percorso formativo. E c’è un’associazione che ha deciso di non stare ferma. Il Movimento Libero e Autonomo delle Scuole di Formazione Autofinanziate ha notificato alla Regione Campania una diffida formale contro il Decreto Dirigenziale n. 325 del 21 maggio 2026, chiedendone la sospensione e l’annullamento in autotutela. Una mossa che apre un nuovo capitolo nel confronto tra il mondo della formazione professionale campana e l’amministrazione regionale.

Il decreto, pubblicato sul BURC n. 27 del 1° giugno 2026, stabilisce che le schede dei corsi attivabili nel Repertorio Regionale delle Qualificazioni resteranno visibili nell’area pubblica per soli dieci giorni. Dopo, spariscono. Le versioni aggiornate, quelle referenziate al quadro europeo delle qualifiche, non hanno ancora una data di pubblicazione. Il risultato è un vuoto temporaneo, ma potenzialmente lungo, in cui nessun percorso formativo può essere avviato.

Dieci giorni e poi il buio

Il segretario del Movimento, Nicola Troisi, spiega bene cosa significa tutto questo nella pratica quotidiana delle scuole di formazione: «Tolgono i corsi dal catalogo pubblico nel giro di dieci giorni e non dicono quando rimetteranno quelli aggiornati. Si crea un periodo di durata indefinita in cui le nostre scuole non hanno più né i corsi di prima né quelli nuovi, e nessuno può far partire un percorso». Una situazione resa ancora più pesante dalla fine del programma GOL, che già stava creando tensioni nel settore.

Ma l’impatto non si ferma alle scuole. Riguarda direttamente le persone che in questi corsi avevano riposto aspettative concrete. Le qualificazioni del Repertorio, soprattutto quelle dell’area socio-assistenziale e socio-sanitaria come quella di operatore socio-sanitario, sono titoli valutabili nelle graduatorie di istituto del personale ATA. Quelle stesse graduatorie che saranno aggiornate nella primavera del 2027, con una procedura per soli titoli che si ripete ogni tre anni.

Un’opportunità che non si ripresenterà presto

Chi si è iscritto a questi corsi lo ha fatto con un obiettivo preciso: arrivare preparato all’aggiornamento delle graduatorie ATA del 2027 e migliorare la propria posizione in graduatoria per lavorare nelle scuole. Bloccare ora la partenza dei percorsi significa togliere quella chance, e non per poco tempo. «Vista la cadenza triennale, non si ripresenterà prima di tre anni», ricorda Troisi, rendendo evidente il peso reale di una decisione che in apparenza potrebbe sembrare tecnica e burocratica.

La richiesta del Movimento è chiara e circoscritta: che i vecchi standard non vengano rimossi finché quelli nuovi non sono disponibili, con un termine certo e un periodo transitorio adeguato. Non una rivoluzione, ma una misura di buon senso che, secondo l’associazione, avrebbe dovuto essere prevista fin dall’inizio. Tanto più che una decisione di questa portata sarebbe stata presa senza alcun coinvolgimento degli enti accreditati e delle organizzazioni di categoria.

La diffida fissa alla Regione un termine perentorio al 10 giugno 2026. Se non arriverà una risposta, il Movimento è pronto a presentare ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania, anche in via cautelare d’urgenza.

La querela per gli audio degli esami

In parallelo, il Movimento ha anche querelato il dipendente regionale che avrebbe registrato e diffuso gli audio di alcuni esami, poi ripresi e pubblicati da Fanpage. La tesi del sindacato datoriale è che quei contenuti abbiano raccontato i fatti in modo parziale, generando nella pubblica opinione un’idea distorta delle responsabilità: come se l’intero settore della formazione professionale fosse coinvolto in comportamenti che, invece, riguarderebbero soggetti nominati direttamente dall’amministrazione regionale.

«Le commissioni d’esame sono nominate dagli uffici regionali e composte, in tutto o in parte, da personale interno alla Regione», precisa Troisi. «Gli enti di formazione, nella procedura d’esame, sono soggetti vigilati, non vigilanti. Eppure si è generato nell’opinione pubblica il convincimento di una responsabilità generalizzata dell’intero settore, sulla base di fatti tuttora da accertare e mai verificati in sede giudiziaria». Il ricorso alla magistratura, in questo caso, serve a chiedere che venga fatta chiarezza sulle responsabilità reali, a tutela del Movimento e di tutti gli enti associati.

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