La protesta contro il caro gasolio e la richiesta di un tavolo con le Regioni del Mezzogiorno
Il blocco dell’autotrasporto che da settimane interessa il Mezzogiorno è, per Enrico Ditto, responsabile enti locali di Azione, una crisi nazionale gestita con una lente sbagliata. «Se i camion si fermano a Gioia Tauro, a Palermo o sull’A30 si svuotano gli scaffali di Napoli e di Bari: parliamo di Italia, non di un Paese a sé stante», dichiara l’imprenditore.
Due modi di guardare al Sud
Ditto riassume la sua critica in una formula: dal punto di vista di Milano e di Roma, il Meridione è o insignificante o criminale. Nella prima fase, spiega, la protesta è stata discussa lontano dai luoghi del blocco e le risposte si sono limitate a risorse già stanziate. Nella seconda, con l’aumento della tensione, il tema è diventato quello di identificazioni, denunce e possibili infiltrazioni.
Perché le imprese si fermano
L’imprenditore invita a guardare le cause. Un’impresa calabrese o campana paga il carburante quanto una lombarda, ma percorre distanze maggiori su una rete più fragile. Questa differenza, secondo Ditto, spiega perché una parte del settore arrivi a fermarsi, e nessuno finora avrebbe sentito il bisogno di chiederselo.
Reati da perseguire, ma senza alibi
Sui comportamenti violenti la posizione è chiara: chi danneggia i mezzi di un collega commette un reato. Ma, osserva Ditto, farne il centro del discorso significa evitare di discutere il merito della vertenza. Uno Stato presente solo con le forze dell’ordine, aggiunge, trasmette ai cittadini del Sud un messaggio preciso.
Cosa chiede Azione per il tavolo del 27 ottobre
L’appuntamento è fissato per il 27 ottobre 2026 alle 16 al Mit, a Porta Pia. Ditto chiede la presenza delle Regioni meridionali e delle associazioni nate sui territori, e un esito concreto: un meccanismo stabile sul costo del carburante per l’autotrasporto. «Il Sud non accetta più di essere ricordato soltanto nelle note del Viminale», conclude.




