Cronaca senza fine per il caso Orlandi. La commissione parlamentare ritiene primaria un’ intercettazione telefonica del 1997. Risalente al 4 aprile di quell’anno, risulta una pesante minaccia mai ascoltata prima. La conversazione avvenuta tra Marco Accetti e l’allora convivente Ornella Carnazza si trasforma in lite accesa per l’affidamento della figlia di 5 anni.
Nella sovrapposizione dei due genitori arriva una minaccia rivolta ad Accetti da parte della convivente: “Adesso comincerò a raccontare per telefono tutte le cose di una certa ragazza… parliamo di Emanuela Orlandi e di quello che vuoi fare con lei”.

Caso Orlandi, nella telefonata choc il valore del tempo verbale
Il tempo verbale della conversazione solo ora ascoltata, pronunciata ben 14 anni dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi, risulta essere pronunciato al presente. La frase proferita da Carnazza lascia presagire che la 15enne potesse essere ancora in vita o al centro di un piano che la riguardasse. Colpisce dunque il dettaglio che per la commissione parlamentare oggi ha rilevanza. All’epoca dei fatti, nel 1997, Accetti era già intercettato dagli investigatori per la scomparsa di un altro minore: Bruno Romano. Si ipotizza dunque che Carnazza fosse ben consapevole di essere ascoltata, ragion per cui avesse pronunciato il nome di Emanuela Orlandi.
Carnazza, appena ascoltata la compagna, interrompe la minaccia con un sonoro “sei pazza”. La donna però insiste, ben conscia che il telefono possa essere sotto controllo e continua a non lasciarlo parlare, facendo nomi. Il 22 gennaio la donna sarà convocata in audizione a Palazzo San Macuto dalla commissione parlamentare. Ventotto anni dopo si cercherà di chiarire il senso delle frasi pronunciate su Emanuela, per verificare se la donna sapesse effettivamente qualcosa di concreto su un possibile coinvolgimento di Accetti nella scomparsa di Emanuela.




