Maria Consiglia Alvino:  “I “campi di luce” sono le invisibili possibilità insite nell’oggi”

Maria Consiglia Alvino è l’autrice della nuova raccolta poetica, Campi di luce, pubblicata di recente da Controluna Edizioni, nata ad Avellino nel 1987 e dottoressa di ricerca in Filologia con una specializzazione nella letteratura greca antica.

Maria Consiglia Alvino ha compiuto i suoi studi presso l’Università di Napoli Federico II e quella di Strasburgo. Attualmente insegna lettere presso il liceo “V. de Caprariis” di Atripalda (AV), dove risiede. È membro attivo della comunità poetica Versipelle e il suo lavoro, comprendente poesia, prosa e articoli, è stato pubblicato su vari blog, riviste e raccolte antologiche. 

Finalista in diversi concorsi letterari, nel 2022 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, A volte la neve (Readaction Editrice, Roma). L’anno successivo è seguita la silloge poetica Elegie per Calypso (Delta 3 Edizioni). Come traduttrice dal greco moderno, ha curato l’edizione italiana del volume di Anna Griva Uno scuro filo annodato (Controluna, 2024). Alcuni dei suoi testi sono stati tradotti nelle lingue greca, inglese e spagnola. 

La genesi e la lettura di Campi di luce

Nella sua ultima opera, Campi di luce, emerge una visione del mito che lo interpreta non come semplice invenzione poetica ma come realtà inscritta negli accadimenti stessi. Il filosofo Severino sottolinea come, per gli antichi, mito e “cosa” fossero equivalenti. Le liriche di Maria Consiglia Alvino sembrano ripristinare questa antica connessione: ogni verso si disvela in un’atmosfera crepuscolare, un’alba in cui i colori, ancora indefiniti, non cadono mai nell’ovvio o nelle banalità visive a cui siamo ormai abituati.  Vivere in quel campo luminoso dove le cose si rivelano significa percepirle come tesori da custodire e proteggere. La poesia di Maria Consiglia Alvino invita il lettore a ritornare a questa consapevolezza, ricordando come la parola poetica possa essere uno strumento di custodia e cura. Questo avviene soprattutto quando ci conduce attraverso luoghi sconosciuti che mettono a nudo la nostra fragilità e ci pongono di fronte all’incapacità di orientarci nei labirinti del mondo, che riflettono quelli altrettanto intricati della nostra interiorità.

Abbiamo intervistato Maria Consiglia Alvino per scoprire qualcosa in più sulla sua nuova opera Campi di luce e non solo.

CAMPI DI LUCE, NELL’ INTERVISTA LA VOCE DI MARIA CONSIGLIA ALVINO

– Maria Consiglia, come nasce la sua passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura nasce, come spesso accade, durante l’infanzia. La scrittura mi è stata sempre compagna, prima in modo più spontaneo ed emotivo, poi, man mano che crescevo, è diventata uno strumento di conoscenza e ricerca sempre più consapevole.

– Lei si è formata in filologia e oggi figura anche come traduttrice di lavori dal greco moderno, tra cui quello di Anna Griva, Uno scuro filo annodato (Controluna 2024). La sua attività di scrittrice, traduttrice e poetessa rispetto alla sua formazione in studi filologici si pone in un naturale continuum oppure la considera altro?

La mia formazione, nel bene e nel male, non può che influenzare la mia attività di autrice. Nel bene, in quanto il mondo classico, in particolare greco, resta per me una miniera di immagini archetipiche, significati e storie a cui attingere. Nel male, in quanto spesso l’influsso dei modelli può diventare opprimente e il rigore inculcatomi dalla filologia può diventare in alcuni casi un freno alla creatività. È vero anche che la vocazione alla scrittura è qualcosa che precede gli studi filologici, nel mio caso. Ma le due cose sono diventate nel tempo inscindibili, due facce della stessa medaglia.

– Cosa rappresenta per Lei Versipelle e quale è il suo valore aggiunto alla poetica contemporanea secondo il suo parere?

Versipelle è la mia casa, il luogo in cui sono nata come poeta. Questo gruppo di amici poeti stretti intorno alla figura dell’ormai compianto Armando Saveriano è stato per me è stato per me luogo d’incontro, incoraggiamento, confronto e crescita culturale. Senza Armando Saveriano, Federico Preziosi e gli altri membri del gruppo, non avrei scritto. Nel panorama contemporaneo, Versipelle credo sia una finestra di apertura, accogliendo e mettendo insieme diverse poetiche e modi di intendere la poesia, facendo proprio dell’amore della differenza la sua connotazione principale.

– Il critico letterario, Giuseppe Cerbino, nella prefazione alla sua ultima opera ha scritto: L’impressione che si ha di questa raccolta, è quella di un diario di viaggio che dice tanto dei territori geografici e interiori che lo connotano ma molto poco della viaggiatrice; è come se il mito del luogo, delle memorie e dei sentimenti fosse più forte di chi ne parla. Lei è d’accordo? E cosa rappresenta o ha rappresentato il mito per lei?

Sono d’accordo con Giuseppe Cerbino nella misura in cui ritengo che il lirismo fine a sé stesso sia da rifuggire. Ben venga il canto dell’io lirico – nessun discorso verso un “tu” può veramente prescindere da una serie e profonda opera di scavo nell’ “Io” – ma penso che compito della poesia e dell’arte in generale sia valicare i limiti meschini di un’ottica individualistica, andando verso una rappresentazione più ampia e meno ego-riferita dell realtà. Il mito per me è insieme di forme archetipiche, a partire dalle quali è possibile iscrivere e rileggere l’esistenza, ma anche semplicemente un bagaglio di storie, in parte oscure, grazie alle quali è possibile immaginare.

Di cosa tratta il suo ultimo lavoro Campi di luce? E cosa sono per Lei i “Campi di luce”?

Il mio ultimo lavoro raccoglie delle liriche scritte nell’arco di quasi dieci anni, tra il 2015 e il 2023, che, a posteriori, ho notato essere tutte contrassegnate da un elemento in particolare: una sorta di caccia all’epifania, al bagliore che può mutare la visione dei giorni, del quotidiano. Infine, ho poi scoperto che “campo di luce” è un’espressione della fisica, che indica la consistenza di onde, e dunque, di luce, imbrigliata nella materia, ad ogni istante, anche di quelli di buio apparente. Sono questi per me, i “campi di luce”: le invisibili possibilità insite nell’oggi, che a volte sfuggono ai nostri occhi distratti.

– A chi consiglierebbe di leggere, in particolare, la sua ultima opera?

Non saprei. Forse a chi ama immaginare altri mondi, a partire dal quotidiano. A chi cerca vie di fuga o modi di inabissarsi in sé o negli altri. A chi cerca un altrove. E, ovviamente, a chi ama il mondo classico.

– Che evoluzione ha subito il suo stile di scrittrice e come è cambiata la sua prospettiva a partire dal suo romanzo di esordio, A volte la neve (Readaction Editrice, Roma), arrivando sino all’ultima sua silloge poetica, Campi di luce?

Il mio percorso credo sia piuttosto coerente, benché segnato da una progressiva concentrazione della parola. In A volte la neve avevo la necessità di esprimermi con il​ racconto e il dialogo, benché già lì avvertissi, specialmente nelle descrizioni dei paesaggi e degli stati d’animo dei personaggi, a cui ero legata da tensioni autobiografiche, una forza poetica, più che narrativa. In Elegie per Calypso (Delta Tre, 2023) credo sia avvenuta una svolta: affidandomi totalmente alla poesia, ho scelto il mito come strumento privilegiato per indagare l’esperienza umana. Il linguaggio si è fatto più essenziale, simbolico, rarefatto. È un libro di passaggio, che indaga le ferite e le fratture dell’io, il senso della radice, dell’attesa, del restare. In Campi di luce questa ricerca raggiunge non una soluzione, ma un approdo. Il mito e il quotidiano si intrecciano senza fratture, e la poesia diventa luogo di rivelazione: la luce, la natura, i gesti minimi assumono un valore simbolico ed epifanico. Se Elegie per Calypso è ancora attraversato dalla ferita e dall’attesa, Campi di luce rappresenta il tempo della visione e della ricomposizione, in cui la poesia non racconta più, ma illumina.

– I suoi prossimi progetti?

Al momento sto cercando di scrivere, tra mille difficoltà quotidiane, un romanzo. Ha a che fare con la mia terra, l’Irpinia, e con storie di donne, povere e coraggiose. Mi sto da tempo dedicando anche a un’opera in prosa poetica su Chiara di Assisi, una figura che per la sua forza rivoluzionaria mi ha sempre affascinato. Scrivo sempre anche poesie. Chissà dove mi condurranno. Sono in una fase di esplorazione, di ulteriore metamorfosi poetica.

– Riveli ai nostri lettori un tuo sogno come donna e uno come scrittrice.

Come donna non ho altri sogni che vivere in lentezza e pace con me stessa, con la mia famiglia e con gli altri. Oggi siamo tutti perennemente di corsa, senza tempo, affannati da una ricerca spasmodica di produttività e performance, della quale, sinceramente, sono stanca e da cui vorrei con tutto il cuore emanciparmi. Come scrittrice vorrei semplicemente continuare a scrivere in modo autentico, senza tradire la mia voce. Vorrei che la mia scrittura restasse uno spazio di ricerca e di ascolto, capace di accogliere il dubbio e la complessità, senza semplificazioni. Inoltre, se c’è un desiderio che sento davvero mio, è quello di crescere ancora: affinare la lingua e lo sguardo, alleggerire la parola, arrivare sempre più all’essenziale. E, forse, che ciò che scrivo possa diventare per qualcuno un luogo di sosta, un varco di senso, un piccolo campo di luce in cui sostare e respirare.

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