Giuliana Vitali è una scrittrice partenopea che ha già conquistato lettori e critica. Vincitrice del Premio letterario Nabokov 2025 con il suo romanzo d’esordio, “Nata nell’acqua sporca”, edito da Giulio Perrone, propone un viaggio tra ricerca e smarrimento. La protagonista è Sara, una giovane donna cresciuta ai margini con un padre assente e una madre distaccata. Vive in una Napoli notturna e cupa, popolata dagli esclusi, una città che nel libro supera i confini geografici per farsi spazio universale che diventa movimento. “Nata nell’acqua sporca” è infatti un libro che invita all’immersione e alla ossigenazione della risalita. Spalanca gli stipiti delle vicende sulle difficoltà e poi sui cambiamenti. Propone una riemersione del sè e crea molteplice identificazione.
Il libro, rientrato anche tra le proposte dell’80esima edizione del Premio Strega 2026, è anche candidato tra i primi 15 lavori di scrittura del Premio Fiesole ed è finalista al Premio Scarpetta.
La scrittura di Giuliana Vitali, condirettrice della rivista letteraria cartacea illustrata Achab, in attività dal 2013, ed anche autrice di testo e musica del brano “Isola” interpretato da Pietra Montecorvino, è invito in questo romanzo a restare fedele all’urgenza di ricerca. Giuliana la abbraccia e la porta avanti per sé e per i lettori, con rispetto e responsabilità, come ci racconta in questa intervista.

L’ INTERVISTA
- Giuliana, ha scelto per il suo titolo un elemento che appartiene a tutti: l’acqua. Volendo citare Manzoni, quante volte la scrittura è servita a “risciacquare i suoi panni nell’Arno”? Scrivere per lei è più purificarsi o contaminarsi?
Per me scrivere è dapprima contaminarsi mescolando realtà e immaginazione, distanza e immedesimazione. È attraversare le vite degli altri ed anche la propria aprendo possibilità e percorsi diversi rilanciando ogni volta i dadi del destino. Nella forma però mi accade quasi il contrario: la scrittura diventa sottrazione, una lenta purificazione che cerca l’essenza del linguaggio, fino all’osso. Insomma, è per me liberarla dal superfluo affinché ogni parola resti necessaria e porti con sé tutto il peso del senso.

- In questo libro Napoli è al centro. Quali sonorità emotive albergano le luci e le ombre esistenziali che nelle pagine trasferisce?
La città prova a restituire la complessità dell’umano, aprendosi a qualcosa di più universale riflettendo l’interiorità di Sara, la protagonista. Napoli diventa così un dedalo notturno di anime erranti che ho provato a raccontare senza retorica né giudizio.
Spesso la immagino come un quadro di Pollock, denso e stratificato, dove luce e buio, violenza e purezza si sovrappongono senza lasciare spazi vuoti. Napoli È una città verticale, sospesa tra il vuoto e il magma vivo dei vulcani: intrinsecamente precaria, viscerale, segnata da un certo fatalismo insomma.
Questa ambivalenza attraversa anche i personaggi, più trascinati che liberi e che cercano di sopravvivere a sé stessi. Sono intrappolati in relazioni e abitudini tossiche, provano a colmare mancanze emotive e sociali mentre si contraddicono e si anestetizzano con droghe, psicofarmaci o con il sesso facendo di Napoli lo specchio e l’amplificatore delle loro esistenze irrisolte.
- Chi è la sua Alice e come si evolve nel romanzo?
La mia Alice è una figura di attraversamento. Sara cade, come Alice nella tana del coniglio, in una discesa lenta e profonda. Non è una caduta nel vuoto, ma dentro sé stessa: un attraversamento delle proprie ombre, dei dubbi, delle domande. Come Alice, anche Sara guarda il mondo mentre lo attraversa, e in questo movimento si trasforma. Il suo percorso è proprio questo: imparare a stare in quella caduta e, da lì, provare a trovare il proprio spazio nel mondo.

- Come e quando ha concepito la trama del racconto?
Sono un’amante dei racconti brevi e il romanzo nasce proprio da lì. È stato Andrea Carraro, il mio Maestro, a riconoscerlo: lì dentro c’era qualcosa che chiedeva più spazio, più profondità. E da quell’idea originaria, unita come una Pangea, la storia si è lentamente dischiusa, articolandosi in una sorta di continenti narrativi sempre più ampi.
- Dovesse condensare in tre metafore il senso del suo narrato, quali sarebbero?
Direi.. l’acqua sporca, il ventre della città e la deriva.
- Qual è dunque, il monito di Giuliana Vitali che “Nata nell’acqua sporca” incarna?
Mi viene in mente la suggestiva illustrazione di copertina realizzata dall’artista Claudia Intino. L’opera si ispira alla Venere di Milo, figura celebre proprio per la mancanza delle braccia e per quello sguardo distante, quasi drammatico, che la distingue dalle Veneri classiche, solitamente idealizzate e meno enigmatiche.
Questa Venere appare perciò più terrena, meno legata a un’idea eroica e perfetta di bellezza. È una bellezza che manca di qualcosa, e proprio per questo restituisce alla figura una dimensione più autentica e fragile, profondamente umana. Ecco, la fragilità come verità e resistenza alla realtà.




