C’è una statua di marmo nascosta nel sottosuolo di Portici, una musa antica che nessuno ha ancora recuperato del tutto. E c’è un principe francese, indebitato e ossessionato, che torna a cercarla nel 1738. Da questa storia vera nasce «Il pentimento del principe d’Elbeuf», il romanzo di Marco Perillo che sarà presentato domenica 6 settembre alle 16:30 al Teatro Summarte di Somma Vesuviana, nell’ambito della seconda edizione di Castello di Carta – Festival del Libro e dell’Editoria.
L’evento, gratuito come tutti quelli in programma il 5 e 6 settembre, porta sul palco una vicenda che intreccia archeologia, potere e rimorso personale.
La statua, il pozzo e il tesoro sepolto
Tutto comincia con un ritrovamento casuale. Un contadino, scavando un pozzo nei pressi di Portici, si imbatte in marmi pregiati e statue antiche. La notizia arriva a Emanuele Maurizio di Lorena, principe d’Elbeuf, nobile francese al servizio degli austriaci, che decide di acquistare quel terreno. Da lì partono scavi privati che, senza che nessuno lo sapesse ancora, stanno riportando alla luce Ercolano, la città sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
Anni dopo, nel 1738, il principe fa ritorno sul Miglio d’Oro. Vuole recuperare l’ultima statua rimasta sotto quella terra: Calliope, la musa della poesia. Ma trova ad attenderlo un ostacolo inaspettato: il giovane Carlo di Borbone ha in mente di costruire proprio lì la sua reggia. Due ambizioni, due progetti, un solo pezzo di terra conteso.
Un uomo diviso tra affari e affetto
Il titolo del romanzo racconta il nodo emotivo del protagonista. Marco Perillo lo ha descritto come un uomo diviso tra l’istinto affaristico che lo aveva spinto a vendere o regalare all’estero reperti sottratti al sottosuolo campano e un legame più intimo, quasi affettivo, maturato nei confronti di quella terra e della sua storia.
È proprio questo conflitto a rendere il principe d’Elbeuf un personaggio più complesso di quanto raccontino i manuali di storia dell’arte, dove la sua vicenda è spesso relegata a una semplice nota a margine. Nel romanzo diventa invece protagonista di una storia che mescola ambizione, politica e la nascita di una nuova consapevolezza culturale sul valore dei reperti antichi.
Perché questa storia conta ancora oggi
La riscoperta di Ercolano nei primi decenni del Settecento è considerata tra gli episodi fondativi dell’archeologia moderna in Europa. Perillo sceglie di raccontarla non con il linguaggio del saggio storico, ma attraverso la tensione narrativa del romanzo, restituendo un capitolo poco conosciuto ma decisivo per la storia culturale del territorio vesuviano.
L’incontro con l’autore rientra nel filone di Castello di Carta dedicato alla narrativa storica, un genere che negli ultimi anni ha trovato in Perillo uno dei suoi interpreti più seguiti in Campania.
Chi è Marco Perillo
Nato a Napoli nel 1983, Marco Perillo lavora come redattore de Il Mattino e affianca all’attività giornalistica una produzione narrativa dedicata quasi interamente alla sua città. Ha esordito nel 2014 con Phlegraios, thriller archeologico ambientato nei Campi Flegrei che ha inaugurato un genere personale, capace di far convivere il rigore documentario con la tensione della narrativa di genere.
Nel 2020 è arrivato Napùl, raccolta di racconti che restituisce Napoli come personaggio vivo e contraddittorio, lontano dagli stereotipi del folklore. Per Newton Compton Editori ha pubblicato diversi volumi su storia e misteri partenopei, diventando una delle firme più lette del panorama saggistico-narrativo campano.
È inoltre curatore della guida Il Sogno Reale, dedicata ai luoghi borbonici della Campania nell’ambito del Campania Teatro Festival, un progetto che conferma la sua attenzione costante per il patrimonio storico del Mezzogiorno.




